Alfredo Jaar si illumina d’immenso

Alfredo Jaar (Santiago 1956) «mette in scena una sorta di contesa tra forze contrastanti: quelle che preservano la vita (la luce e l’acqua) e quelle che minacciano la sopravvivenza (il gelo e il forte vento) - scrive Dobrila Denegri curatrice della personale dell’artista cileno al Macro di Roma (catalogo Electa che è anche la prima monografia sull’autore pubblicata in Italia mentre presso l’editore Charta esce This Fire This Time che raccoglie tutti i progetti pubblici dell’artista dal 1979 al 2005) - evidenziando la fragilità e la vulnerabilità di tutto ciò che cento bellissimi fiori possono simbolicamente rappresentare».
Riallacciandoci alla tradizione storico-artistica potremmo definirlo un memento mori, una vanitas, il tema della caducità della bellezza e della vita stessa. E infatti sullo sfondo appare l’immagine dell’ultimo giardino, un cimitero, quello acattolico di Roma, dove riposa Antonio Gramsci: nel video è inquadrata proprio la sua tomba. Gramsci è un personaggio di riferimento per Jaar ormai da anni, ma il lavoro nasce, come sempre per l’artista, da un ricordo autobiografico, la passeggiata del 20 marzo 2004 tra le strade di Roma per recarsi alla tomba dello scrittore, riassunta in una sequenza di 36 fotografie, tra cui appaiono anche alcune immagini prese dall’isola Tiberina dove lo scontro delle onde crea un astratto spartiacque, un’immagine simbolica della dialettica, della permanente conflittualità, dei corto circuiti culturali che Jaar innesca per ricontestualizzare il flusso di immagini che ci sommerge.
Tutto al fine di restituire all’immagine l’originaria efficacia, la forza che sembra avere perso nella nostra epoca mediatica. L’opera prodotta dal Macro fa parte della Trilogia di Gramsci insieme alla precedente Infinite cell, una infinita prigione mentale generata dalla riflessione speculare, presentata, insieme a tre lightbox con le foto dell’Isola Tiberina, alla galleria Lia Rumma di Milano e alla successiva «Le ceneri di Gramsci» alla galleria Stefania Miscetti di Roma (fino al 5 novembre). L’opera in questo caso è costituita dal modellino di una struttura di archeologia industriale in cui l’artista ha innestato un meccanismo simile a quello di certo design americano degli anni Cinquanta: una sorta di base che sale e scende e in questo movimento moltiplica in un infinito gioco di specchi l’immagine cosmica dell’esplosione di una stella. Evoca la forza del pensiero che scavalca i confini spaziali e ha effetti permanenti nel tempo. Jaar ha dato all’opera il titolo del poema di Pier Paolo Pasolini («Mi chiederai tu, morto disadorno,/d’abbandonare questa disperata/passione di essere nel mondo?»). Ma la deflagrazione nello spazio senza fine del cielo rimanda anche ai versi di uno dei poeti preferiti dell’artista, Giuseppe Ungaretti: «Mi illumino d’immenso».