Le ali della libertà di due atleti cubani «Essere in Italia è la fine di un incubo»

La rocambolesca fuga al termine di una partita della nazionale di volley in Bulgaria e l’arrivo a Brindisi «Ora possiamo andare in giro senza essere pedinati»

«La libertà di parlare, di esprimere il proprio pensiero. Di trovarci con i nostri amici. La libertà di camminare per strada senza la paura di essere pedinati o di navigare in Internet per scoprire che cosa accade nel resto del mondo. Per questo siamo scappati da Cuba, per questo abbiamo deciso di rinunciare ai nostri affetti. Perché, per conquistare una libertà che non abbiamo mai avuto, si può, si deve mettere in gioco tutto».
Grande cosa la libertà. Persino quella semplice e innocua di sedersi ai tavoli di Spizzico, appena arrivati all’aeroporto di Linate e di raccontare la loro avventura ai giornalisti. Senza mai voltarsi indietro. Perché dietro le spalle di Raidel Poey Romero e di Yasser Portuando, campioni di pallavolo cubani, ormai c’è solo qualcosa che somiglia a un incubo. E ora che la fuga è riuscita e che lo status di rifugiati politici è cosa fatta, si può finalmente sorridere, con gli occhi lucidi per l’emozione.
La loro nuova patria è scritta su quel cappellino che sta in vetta ai loro 1,90 e passa di altezza: Italia. Poco importa se la canottiera, che è anche l’unico abito del guardaroba che si sono portati appresso, è ancora quella della nazionale cubana di volley. Poco importa, perché a ribadire il concetto ci pensa Yasser Portuando, 24 anni, che ha scelto di avvolgersi, a mo’ di coperta di Linus, nel tricolore. Italia dunque, fortissimamente Italia. Perché, dicono in coro: «Italia es un paese mas lindo, e amigo».
Una fuga rocambolesca la loro: «Da tre anni - racconta Raidel Poey, 25 anni - io e Yasser stavano pensando di scappare da Cuba, ma nelle trasferte non ti mollano mai un secondo. Eravamo sempre sorvegliati, perché nei viaggi della nazionale ci sono sempre due dirigenti politici, che vengono solo per spiarci. E poi c’è il problema dei passaporti che, quando si arrivava in un qualsiasi Paese, ci vengono sempre ritirati».
«Quindi - rivela Yasser Portuando - abbiamo deciso di giocarci il tutto per tutto martedì a Varna, in Bulgaria. Appena rientrati in hotel dopo la partita, siamo entrati nella stanza del nostro allenatore, ci siamo ripresi i nostri passaporti e poi siamo saltati dalla finestra. Abbiamo cominciato a correre con la paura che ci prendessero. Avevamo un contatto con un amico serbo, perché in Serbia e in Montenegro i cubani possono entrare senza visto. Ci aspettava su un’auto appena fuori città. Appena siamo saliti a bordo si è messo a guidare come un matto a tutta velocità per raggiungere la frontiera prima che i dirigenti politici e l’allenatore riuscissero a farci intercettare dalla polizia. Ce l’abbiamo fatta per un soffio».
Una volta in Serbia, Yasser e Raidel hanno cambiato più di un mezzo di locomozione per raggiungere il Montenegro. Li hanno aiutati, e non poco, i radicali italiani e lombardi in particolare, da sempre molto vicini al movimento anticastrista, che hanno lanciato un Sos, raccolto dalla Farnesina dal Viminale, e, a Kotor, in Montenegro, li hanno fatti salire su un’imbarcazione che li ha condotti fino a Brindisi, dove sono attraccati alle 5 di ieri mattina.
Espletate le pratiche amministrative che lunedì, in questura a Milano, permetteranno di completare l’iter dell’asilo politico, Portuando e Poey cominceranno la loro nuova vita in Italia. «Abbiamo festeggiato con la polizia portuale di Brindisi: sono stati meravigliosi - dice Raidel -, ci hanno offerto una bottiglia di spumante. Solo che io non sono riuscito a stapparla perché era la prima volta che ne maneggiavo una».
Almeno per un bel po’ Portuando e Poey non potranno giocare da professionisti perché la federazione internazionale li sospenderà a tempo indeterminato. «Pazienza, ci rifaremo una vita a Milano e in Italia. Temiamo solo per la sorte dei nostri familiari all’Avana. Nessuno dei nostri cari sapeva cosa avevamo in mente di fare. Altrimenti ora rischierebbero di perdere la casa e di subire ritorsioni durissime».
Progetti per il futuro? «Scoprire l'Italia. Ci siamo stati un sacco di volte ma abbiamo visto solo alberghi e palazzetti dello sport, non potevamo neanche andare al supermercato». L’emozione più forte nella vostra fuga rocambolesca? «La foto che abbiamo fatto con le mani alzate in segno di vittoria appena passata la frontiera bulgara. Sullo sfondo è comparso, come per magia, un arcobaleno. Non lo dimenticheremo mai quell’arcobaleno».