Alicante, la metropoli degli immigrati che diventa ghetto

È la città spagnola con la più alta percentuale di stranieri (18%). Tutti concentrati in alcune zone. Come nelle banlieues parigine

Marcello Foa

nostro inviato ad Alicante

Ecco Alicante. E la Costa Brava. E gli europei che vengono qui svernare. Una località di mare come tante altre, apparentemente. In realtà un mondo a sé. Qui il 18% degli abitanti sono stranieri. È la più alta percentale di tutta la Spagna, ben più di Madrid (12%) e di Barcellona (11,4%). Tanti gli europei, ovviamente, ma negli ultimi anni soprattutto marocchini, algerini, colombiani, argentini, ecuadoregni, persino cinesi. Alicante sembra essere diventata il nuovo Eldorado degli immigrati: arrivano qui a piccoli gruppi, talvolta direttamente dai Paesi d'origine, più spesso per migrazioni interne, lasciano altre zone del Paese, perlopiù agricole, per cercare lavoro nell’industria alberghiera, in quella del marmo, nell’edilizia.
Le politiche d'integrazione del governo locale saranno all’avanguardia, viene da pensare. Quando in una città di 1.700.000 abitanti la popolazione straniera si moltiplica per sei in sette anni, non puoi permetterti di ignorare la questione. E invece...
In Municipio ti fermano subito: «Noi siamo competenti solo per i permessi di soggiorno: chieda all'assessorato che si occupa dei quartieri». Componi il numero e ti senti rispondere: «No, si rivolga al rappresentante del governo di Valencia». Entri nei loro uffici e un portavoce strabuzza gli occhi smarrito: «Immigrazione? Ne parli con la Comunità autonoma». Allora chiami l'Amministrazione valenciana e capisci: sono loro a decidere le politiche di integrazione. Loro a valutare le necessità della periferia o del centro storico di Alicante o di Elche, ovvero di realtà che non conoscono, perché sul terreno non opera nessuno. E allora ti accorgi del paradosso di un sistema tendenzialmente federalista come quello spagnolo: Barcellona eccelle nell'assorbire gli immigrati, ma la sua esperienza non viene recepita 500 km più a sud, nonostante ad Alicante un abitante su cinque sia straniero.
Hai l'impressione che nessuno voglia affrontare il problema. Due amici imprenditori dicono: «Gli stranieri? Non li vediamo nemmeno. Vivono tra di loro, non si mischiano». Parli con commercianti, impiegati, studenti e il massimo che riesci a strappare è una battuta sulle bande di albanesi e romeni che, anche qui, rapinano le ville. La rappresentante del governo ad Alicante, Etelvina Andre Sanchez, che incontriamo per qualche minuto, traccia un quadro idilliaco: «Gli stranieri? Nessun problema, qui non siamo a Parigi». Ha ragione: questa non è Parigi, non ancora perlomeno.
Ha le idee chiare, in proposito, Carlos Gomez Gil, docente all’Università di Alicante e direttore dell'Osservatorio permanente sull'immigrazione. «Non ci sono ancora veri e propri ghetti», ci dice ricevendoci nel suo ufficio, «ma è innegabile che gli stranieri tendano a concentrarsi in certe zone». Apre una cartina e spiega: i latino-americani nella periferia nord della città, i cinesi e gli algerini vicino al porto, i senegalesi a San Gabriel. In quartieri come Virgen del Remedio e Juan XXIII mancano spazi pubblici, scuole, centri di assistenza. Come nelle banlieues parigine. E dove la percentuale di immigrati supera il 20%, iniziano le tensioni, soprattutto nei centri minori, come a Crevillente con i marocchini, a Elche con i gitani romeni o più a sud a Torrevieja, dove imperversa la malavita dell’Est Europa. L'amministrazione locale sembra interessata solo agli aspetti formali: vuole controllare se gli extracomunitari siano o no in regola. Ma una volta ottenuto il permesso di soggiorno, gli immigrati sono abbandonati a loro stessi.
Eppure, sostiene il direttore dell’Osservatorio, «le nostre statistiche dimostrano che nelle località dove c’è molta immigrazione, la disoccupazione è bassa, mentre in quelle dove ci sono pochi stranieri, la percentuale di senza lavoro è elevata. E se si considera che grazie all’ultima sanatoria, i conti della Sicurezza sociale nazionale sono tornati in attivo, appare evidente che gli extracomunitari hanno un effetto benefico sulla nostra società». La questione, dunque, non è stranieri sì o no, ma stranieri come. È questo l’aspetto su cui insiste Gomez Gil. «È inutile trincerarsi dietro posizioni di principio o confidare in qualche formula magica importata dall’estero - afferma -. La realtà è più forte della retorica dei partiti: negli ultimi anni ci sono stati otto processi di regolarizzazione dei clandestini. Di questi la maggior parte, cinque, sono stati promossi dal Partito popolare, ovvero dai conservatori, che in teoria sono ostili all'immigrazione».
Ma le sanatorie servono a poco se non sono sorrette da un’intelligente politica d’integrazione. Come a Barcellona. Gli chiediamo se sia vero, come sostengono in molti ad Alicante, che sono i marocchini ad avere più difficoltà a inserirsi. «Quando vivono in comunità chiuse, molti di loro non si sforzano nemmeno di imparare lo spagnolo, ma altrimenti no, soprattutto se hanno figli in età scolare». Gli domandiamo se l’immigrazione asiatica sia più gestibile di altre. «È un’illusione: in assoluto i più ermetici sono i cinesi». Rilanciamo osservando che l’inserimento dei lavoratori provenienti dall'America Latina (qui molto numerosi) è agevolato dalla lingua. «Vero, ma questo non è una garanzia di socialità. Al contrario, le loro gang giovanili hanno turbato gli equilibri locali: vandalismi, scontri tra bande, racket. Solo nel Duemila i latin kings non esistevano dalle nostre parti», sospira Carlos Gil. Quando rinunci a insegnare, con equità, diritti e doveri ai nuovi arrivati, incoraggi gli immigrati a imporre le loro regole. E dunque apri la strada alle incomprensioni, all'ostilità, nei casi più estremi al razzismo. Occorrerebbe una nuova consapevolezza, più civica che politica; quella che ad Alicante, la provincia più multietnica di Spagna, continua a mancare. Parigi non è poi così lontana.
marcello.foa@ilgiornale.it