Alitalia: 225 aerei a terra, titolo in picchiata

Paolo Stefanato

da Milano

Alle 16 di ieri l’Alitalia aveva cancellato 173 voli, saliti a 225 a fine giornata. Paradossalmente, lo sciopero è stato revocato, ma sono continuati i blocchi alle attività di manutenzione e di certificazione dei voli. Oggi si ripete: prevista la cancellazione di 250 voli (sui circa 800 dell’operativo giornaliero). Contemporaneamente in Borsa il titolo si è inabissato, perdendo nel corso della seduta anche il 10%, per chiudere - dopo aver sfiorato la sospensione per eccesso di ribasso - a un sonoro meno 8,67%. Ricordiamo, ce ne fosse bisogno, che si tratta di un titolo molto speculativo, e una situazione confusa come quella attuale è molto profittevole per gli operatori. In Piazza Affari Alitalia è stato il peggiore titolo dell’intero 2005, con una perdita di valore del 51,14%; ma - per dare un’idea di quanto si possa giocare sul titolo - chi ha investito sui diritti Alitalia a due giorni dalla chiusura dell’aumento di capitale, ha guadagnato il 100% in meno di 48 ore.
I disagi per i passeggeri sono stati ancora una volta ai limiti del sopportabile. Si può stimare il numero delle persone coinvolte tra le 20 e le 30mila, con l’aggravante che la programmazione in buona parte è avvenuta «a vista», senza grande possibilità per i viaggiatori di organizzarsi. Per questo molti di loro si sono rivolti ad altre compagnie - anche se i principali concorrenti italiani e stranieri non hanno fornito stime d’incremento di traffico - o a Trenitalia, che da alcuni giorni sono «allertate» per far fronte ai maggiori flussi. Si sa soltanto che Air One ha rafforzato i collegamenti Linate-Fiumicino.
Il disagio per i passeggeri è aumentato dalla seria difficoltà di capire che cosa stia succedendo. Da un lato i sindacati confederali contestano il piano industriale della compagnia e annunciano perdite di bilancio anche per il 2006; dall’altro l’azienda conferma l’utile per quest’anno, e gli ultimi dati economici e operativi (aggiornati al 30 settembre) danno segnali in linea con un risanamento in atto. Nel dibattito politico, di cui riferiamo qui sotto, è comparsa addirittura l’ipotesi del fallimento: cosa tecnicamente bizzarra - visto che la compagnia ha in cassa una liquidità di circa 1 miliardo di euro, frutto del recentissimo aumento di capitale - e di fatto improponibile: si tratterebbe di renderne conto ad azionisti italiani e stranieri, senza poi trascurare il fatto che il Tesoro ha appena versato circa 500 milioni per mantenere la sua partecipazione al 49%; come dire che ogni famiglia italiana ha dato un proprio contributo di 25 euro per finanziare la compagnia.
Le stesse vicende sindacali sono confuse. Netta la divisione tra Anpac (principale sindacato piloti), Anpav e Avia (personale di volo) da una parte, e confederali (Cgil, Cisl Uil), Ugl e Unione piloti dall’altra; questi ultimi stanno cavalcando la lotta, i primi hanno posizioni vicine all’azienda. Curiosamente moderata la posizione del Sult, il sindacato autonomo escluso dai tavoli di trattativa, l’unico a non aver firmato i contratti di lavoro, che nei mesi scorsi era stato il più acceso nella protesta. Oggi «distingue» il suo ruolo da quello dei confederali, invocando azioni di lotta nel rispetto della legalità.
Nei fatti, stiamo assistendo - con gravissimi danni per tutti - alla rivoluzione di un gruppo che si sta riorganizzando. Dal novembre scorso l’Alitalia è stata divisa in due, e la parte relativa ai servizi di terra (8.600 dipendenti) è stata scorporata in una società, Az Servizi, «sostanzialmente» ceduta - ci si perdoni la semplificazione - a Fintecna per poterne deconsolidare i conti. Ciò significa che i dipendenti di quest’ultima non sono più dipendenti dell’Alitalia, ma di una società (partecipata) fornitrice. Tra le varie sigle sindacali è in corso una drammatica lotta di potere, nel peggior stile italiano, per riequilibrare le rappresentanze nelle due società. Az servizi (quella, tra l’altro, che effettua le manutenzioni) «ricatta» la società del volo, per ora costretta a non rivolgersi a concorrenti; un tempo le si chiamava good company e bad company. Mai come oggi le espressioni appaiono calzanti.