Alitalia +8,8% alle nuove voci su Air France

Bersani: «Nulla di deciso. Prima comunque saranno sentiti anche i sindacati»

da Milano

Con un sonoro più 8,8% (prezzo di riferimento), l’Alitalia ha confermato ieri la sua volatilità e la sensibilità a dichiarazioni, voci e commenti. Questa volta, prima dei corsi di Borsa - che venivano peraltro da minimi avvilenti - hanno ripreso quota le voci di imminenti decisioni del governo sul futuro della compagnia: entro sei mesi, secondo indiscrezioni diffuse ma non confermate, il Tesoro potrebbe scendere sotto all’attuale quota del 49%, o addirittura uscire dal capitale della compagnia. Il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, ieri ha detto soltanto: «Si sta facendo una ricognizione del problema e naturalmente qualsiasi sia la soluzione se ne discuterà con tutti a cominciare dai sindacati». E ha aggiunto: «Per il futuro non si è ancora deciso niente». La compagnia sta vivendo un momento molto delicato. Ricordiamo: il costo del carburante preme, nonostante le protezioni finanziarie; i conti del primo trimestre sono andati male; ha perso i collegamenti con la Sardegna; ha subito uno stop per l’acquisizione di Volare; il mercato è sempre sul filo del rasoio, soprattutto perché le tariffe di Alitalia non sono concorrenziali; solo nella semestrale sarà o meno confermato il risultato di bilancio positivo per quest’anno e previsto dal piano industriale. La concentrazione di fattori negativi è notevole, nonostante una situazione sindacale temporaneamente accettabile. È naturale che il nuovo governo intenda affrontare la situazione, e che una cessione ad Air France (alleato commerciale, azionista e acquirente designato) venga vista come la soluzione finale e risolutiva. Qualcuno si spinge a ipotizzare, nel frattempo, la sostituzione di Giancarlo Cimoli con un «supercommissario»: paradossalmente, la crisi della compagnia è la miglior difesa per il manager che oggi la guida e che sta realizzando il suo piano quadriennale di risanamento e sviluppo. Cimoli potrebbe venir «bocciato» se il 2006 chiuderà in rosso; altrimenti dovrebbe essergli dato modo - su questo c’è uniformità di pareri - di portare a compimento il proprio disegno.
Non va dimenticato, peraltro, che le radici della crisi di Alitalia affondano nel primo governo Prodi, che non seppe prendere decisioni chiare e tempestive sul ruolo di Malpensa; su questi errori si ruppe l’acquisizione di Klm, che era già in corso, e che stava facendo dell’Alitalia, già riportata in utile da Domenico Cempella, la prima compagnia europea.