Alitalia: gli allievi Skymaster, esuberi mai assunti

I 147 aspiranti piloti sono rimasti a terra. Sognavano la compagnia di bandiera ma per loro è iniziato un incubo. E c’è chi ha cambiato mestiere

Un corso salato In Alitalia ci sono pure gli esuberi mai assunti: sognavano di spiccare il volo ma sono rimasti a terra. Eccoli i 147 aspiranti piloti costretti al suolo dall’irresponsabilità dei vertici aziendali e sindacali. Sono 350 i ragazzi che tra il 1999 e il 2003 hanno partecipato allo Skymaster, corso piloti Alitalia che per trent’anni ha formato le aquile tricolore. Tutti appassionati di aeronautica, si sono svenati per sborsare 75mila euro di iscrizione. «Mica bruscolini», racconta Alessandro che però implora «niente cognome, non voglio bruciarmi pure la carriera». Anche lui ha visto la brochure della scuola infarcita di promesse: otterrete i brevetti per diventare piloti di linea, farete parte della gloriosa compagnia di bandiera. Ma mica tutti possono versare sull’unghia tale cifra subito, ad inizio corso. Niente paura, Alitalia ha pensato anche a questo. Chi non ce la fa accende un mutuo con la Popolare di Lodi e salderà il suo debito con gli anni a venire. Una sberla da 1.400 euro al mese per 5 anni. I sindacati sono d’accordo: tanto poi, una volta assunti, si può ripagare il debito senza difficoltà.

Tra Alghero e la California Ventotto partecipanti per ogni corso, 75mila euro ciascuno: grazie a Skymaster l’azienda ingurgita più di due milioni di euro a corso. Parte la sfida che dura 18 mesi. La prima fase teorica a Roma, la seconda in California, la terza a Roma e poi ad Alghero per la pratica. Tutti bravi e ambiziosi i futuri comandanti. Ma il loro sogno comincia a precipitare. A fine addestramento i ragazzi si trovano in tasca una licenza di volo non a norma con le JAR (la disciplina uniforme europea). In sostanza nessuno poteva essere assunto da un operatore non nazionale. Ma avere in mano un brevetto che è poco più di carta straccia non è l’unico smacco. Un contratto collettivo del luglio 2001, siglato dall’azienda e da tutte le sigle sindacali dei piloti Alitalia (Ugl, Cisl, Uil, Up, Anpac) prevedeva, in caso in cui non si fosse potuto assumere i giovani della Skymaster, il mantenimento dei brevetti, un sostegno economico per ripagare le rate dei mutui, il risarcimento della metà del corso dopo 4 anni di attesa nel “bacino di reclutamento“, la priorità di assunzione in Alitalia rispetto a chiunque altro. Nessuno di questi punti è però stato rispettato. Peggio: Alitalia ingloba qualche pilota della appena fallita Minerva Airlines e dell’aeronautica militare. «E noi?». Gli allievi vanno in bestia e fondano l’associazione Gruppo ex allievi e piloti Alitalia Skymaster (Gpas), presieduta dall’avvocato Giovanni Angelicchio.

I sindacati tacciono I sindacati? Alcuni si dimostrano sensibili (alle loro tessere): «Preiscrivetevi alle nostre sigle e vi tuteleremo», assicurano. Altri, Anpac in testa, si tappano le orecchie. In generale l’aiuto è solo a parole. D’altronde il panfilo Alitalia è già una zattera che sta colando a picco e non si può imbarcare più nessuno. L’associazione protesta, alla Camera piombano pure due interrogazioni parlamentari bipartisan: una del diessino Pietro Gasperoni, l’altra dell’azzurro Angelo Santori. Risposte? Nulla. Per alcune reclute si offrono dei contratti stagionali come steward. E stavolta sono i sindacati degli assistenti di volo ad arricciare il naso: e questi che vogliono? «Eravamo visti come degli imbucati, come dei figli di papà che avevano potuto pagarsi un corso da cifre folli», ricorda amaro Flavio Ludovico, 30 anni, uno dei trombati che con rabbia fa quattro conti: «Ho fatto enormi sacrifici, ho buttato via un sacco di soldi per non avere nulla in mano. Ho mollato tutto, ho detto addio alla carriera da pilota. Ora lavoro in un’impresa di costruzione edile e fino a gennaio 2013 mi tocca pagare l’ultima rata del mutuo di 850 euro al mese. Non ne posso più e non vedo l’ora che questo incubo finisca. Alitalia? Una baracca senza futuro, affossata da una gestione sconsiderata e da sprechi assurdi. Ma il male peggiore è stato vedere i dipendenti che applaudivano per il flop delle trattative»