Alitalia, c’è già chi si «dilegua»

da Milano

La privatizzazione dell’Alitalia (meno 2% in Borsa) provoca già i primi incidenti di percorso. Ieri è rimbalzata sulle agenzie la notizia che lo studio legale Carnelutti di Roma aveva scritto una lettera ai sindacati chiedendo, per conto di un proprio cliente interessato alla compagnia, un incontro alle organizzazioni dei lavoratori. La notizia è stata diffusa dalla Cisl, che aveva dato la propria disponibilità a un incontro il 9 o il 10 gennaio; da parte sua la Uil aveva semplicemente precisato che gli incontri sarebbero stati separati e non collegiali; ciascun sindacato, insomma, avrebbe fatto per sé (va ricordato, a proposito, che la Uil si è dissociata dallo sciopero del 19 gennaio, sul quale quale le organizzazioni saranno sentite oggi alle 15 dal presidente della commissione di garanzia sugli scioperi). Poi, in serata, la novità: lo studio Carnelutti ha fatto recapitare un’altra lettera ai sindacati con la quale annuncia di aver rinunciato all’incarico del proprio cliente e, quindi, all’incontro sindacale. «Nel caso, verrete contattati direttamente», precisa lo studio ai destinatari, riferendosi al proprio (ex) cliente. Che i potenziali acquirenti vogliano sondare gli umori dei lavoratori, che costituiscono una variabile importante nella prospettiva di compravendita, non stupisce affatto. Tuttavia, come fa notare una fonte sindacale, in questo primo approccio viene ravvisato un anacronismo: «Anzitutto è necessario che il candidato metta a punto un piano industriale e solo con tale documento alla mano assume significato concreto incontrare i lavoratori». Chi sia il cliente dello studio Carnelutti, non si sa. Ma la sortita è indicativa dell’inizio di una nuova fase, aperta con il bando pubblicato dal Tesoro. Il quale ha, sostanzialmente, due caratteristiche di fondo: ampia libertà ai concorrenti per la formulazione di un piano industriale che rispetti italianità e obiettivi di medio termine e, contestualmente, dimensioni solide dei candidati (patrimonio netto di 100 milioni di euro) e la disponibilità a lanciare un’Opa sul 100% del capitale, insita nel limite minimo di vendita del 30,1%. Con quest’ultima clausola, in particolare, il governo ha dato una spallata ad appetiti speculativi, che sembravano trovare sponda anche all’interno dell’esecutivo, la cui mira era soprattutto quella di acquisire un pacchetto sotto la soglia dell’Opa per gestire la compagnia con un impegno a prezzi di saldo.