Le Alitalia di cui nessuno parla: la carica dei 290mila fantasmi

Sono i lavoratori che rischiano in piccole e medie aziende. Ecco la mappa di chi taglia

Gabriele Villa

Rimangono lì, in ginocchio. Sconfitti da una crisi di comparto e dalla concorrenza, ma anche dall’indifferenza dei politici e, a volte, dei sindacati. Per non dire di giornali e tv. È rigorosamente in bianco e nero la fotografia di quell’altra Italia che non è Alitalia e che emerge dai dati congiunturali di questi mesi. L’Italia delle imprese che non fanno notizia mai, e men che meno se chiudono. Aziende e lavoratori che non possono contare su ammortizzatori sociali di sette anni né su company più o meno bad che si occupino di accollarsi i loro debiti.
Sono i figli di un Dio minore che puoi trovare anche in oasi di benessere e produttività come la provincia di Lecco, una delle più ricche d’Italia, lì dove la disoccupazione rimane a un risibile 2,6% e l’industria manifatturiera - ex regina d’Italia e ora sulla via di diventare Cenerentola - pesa ancora per il 48%, contro la media lombarda del 33%, per non fare impietosi confronti con il resto del Paese. «Parlare di una crisi del nostro sistema è sbagliato - dice infatti Giovanni Maggi, vicepresidente di Confindustria Lecco - perché nel complesso il tessuto industriale del territorio tiene. Semmai l’unica carenza è l’assenza di un consistente numero di imprese medio grandi».
Eppure anche da lì, dal Lario, negli ultimi mesi le cattive notizie si susseguono. Basta andare a bussare a qualche cancello, per scoprirlo. Alla Defim di Civate - reti elettrosaldate - risponde solo il custode, mentre il liquidatore si nega; e sono 100 quelli rimasti a casa. Due date separate da un trattino, 1954 e 2008, più la scritta «Riposa in pace» fanno da striscione-lapide alla Erc di Calolziocorte, fabbrica moderna, ma desolatamente vuota. Ed erano 250, due anni fa, i dipendenti della Leuci, oggi ridotti a 80 e sulla via della mobilità. Le loro lampadine le produrranno in futuro mani cinesi o marocchine. Mentre sono rimasti soltanto colletti bianchi alla Riello lecchese (ex Beretta). «A marzo ci avevano detto che tutto andava bene - racconta il segretario della Cgil locale, Alberto Anghileri -. Poi a maggio la doccia fredda: ci spiace, cessata attività». A lavorare ci penseranno, ma a casa loro, tute blu polacche. E, restando in zona, c’è paura anche per la Guzzi, ormai inglobata nell’impero Piaggio. Si teme che a Mandello rimanga soltanto il museo della moto.
Messi tutti in fila, questi figli di un Dio minore fanno migliaia di persone in tutta Italia. Per essere più esatti sono 290mila i posti a rischio e 22mila gli esuberi già contabilizzati dalle organizzazioni sindacali. Sottraiamo pure a questi 22mila gli esuberi che rientreranno nel piano Alitalia, ed ecco che la risultante è l’esercito dei misconosciuti di cui importerà poco o niente a nessuno. Senza contare la miriade di addetti delle aziende artigiane, privi di ammortizzatori sociali, ovvero quelli che si trovano da subito senza salario. Anche se Arnaldo Redaelli, presidente di Confartigianato Lecco, stima quelli della sua zona «in appena una sessantina di unità e a livello nazionale in una cifra complessiva che non supera le 30mila».
Per una volta le stime di Confindustria, sindacati, associazioni di categoria e vari osservatori occupazionali concordano. Nei primi quattro mesi di quest'anno c’è stato un balzo del 22,40% del ricorso alla cassa integrazione rispetto allo stesso periodo del 2007. E nei primi sei mesi di quest'anno le aziende che hanno temporaneamente sospeso tutta o in parte l’attività produttiva sono passate dalle 669 del 2007 alle 782 del 2008, con un incremento di quasi il 17%.
La geografia della crisi attraversa il Paese da Nord a Sud e annovera nomi illustri come l’Electrolux di Scandicci, con 750 eccedenze; la Merloni di Fabriano, dove è alle viste un taglio di 600 unità; o lo scomodo ruolo in cui si trova il distretto lucano dei divani e delle poltrone - un tempo tanto osannato - con la Nicoletti e la Natuzzi costrette da una concorrenza spietata a dimezzare la produzione mandando in cassa integrazione 1.400 addetti su un totale di 2.100.
Così elencando - o meglio sottraendo - si arriva all’allarmante cifra di 290mila lavoratori a rischio. L’ufficio studi di Cisl e Uil conferma: nei primi quattro mesi dell’anno sono state autorizzate 50 milioni di ore di cassa integrazione. Suddivise per 173 (le ore di un mese di lavoro) si arriva a quelle 290mila persone che gli esperti definiscono «lavoratori equivalenti», che cioè non sono andati a lavorare per un mese. E il cui posto sta diventando insicuro. Sempre più insicuro.