Alitalia finirà come la Cirio: svenduta

Ridotta con il valore delle azioni a cifre da prefisso telefonico, squassata da ondate di scioperi tanto insensati quanto devastanti, fiaccata da perdite di un milione di euro al giorno, l’Alitalia è in caduta libera. Dante avrebbe detto: Serva Alitalia nave senza nocchiero in gran tempesta. Siamo all’«ammaina compagnia di bandiera», ma nessuno si preoccupa delle cause del disastro aereo, né degli effetti che esso avrà sul Paese. Ci si preoccupa solo di salvaguardare il posto degli usurati alitalioti.
La ragione è semplice: i sindacati dovrebbero ammettere pesantissime responsabilità, i partiti dovrebbero confessare decenni di clientele prosperate e proliferate ai tempi dell’Alitalia-Iri. Si potrebbe dire che la storia, quando comanda Prodi, si ripete. Un paio di giorni fa uno stimabile notaio mi ricordava l’uscita di un avvocato ai tempi della privatizzazione Alfa Romeo. Pare che l’avvocato di fronte ai notai pronti a rogitare abbia eccepito: «Ma i testimoni dove sono?». Imbarazzo dei giuristi e chiarimento del legale: «Quando si fanno le donazioni ci vogliono i testimoni!».
Finirà anche stavolta così come già è successo con la Cirio Bertolli De Rica, come già tentò Prodi con la Sme. Lo si capisce dal fatto che i «prodians» mettono le mani avanti: adesso, dicono sui loro giornali, le condizioni le detterà chi compra e non più chi vende. E, sia detto per inciso, a vendere sono i cittadini che da decenni con le tasse ripianano i vuoti di cassa di «Ahi-l’Italia».
Dopo l’ennesima brutta figura rimediata dal bancario Padoa-Schioppa che ha assistito un po’ inebetito al salto dell’asta, sembra che il tesoretto sia in balia del peggior offerente. Parche le dichiarazioni dei governanti, tranne quelle del giuritonante Tonino Di Pietro che vuole portare i libri, ovviamente, in Tribunale. Tra i tanti silenzi attorno a questo caso un po’ speciale, visto il generale imbarazzo, il più assordante è quello del vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli. Il più preoccupato della cancellazione dei voli dovrebbe essere proprio lui che ha la responsabilità del turismo. Senza Alitalia, ma purtroppo anche con questa Alitalia, rischiamo la definitiva retrocessione come meta turistica. I principali vettori europei hanno interesse a colonizzare l’Italia per tre motivi: il nostro Paese è un generatore importante di traffico, ha due hub (Fiumicino e Malpensa) che vanno sterilizzati, è un concorrente turistico (finché dura) e condizionarne l’accessibilità è funzionale a depotenziarne l’aggressività. Air France per ora guarda ad Iberia, ma ci vuole poco a ridurre Fiumicino ad aeroporto nazionale spostando il traffico su Madrid o su Parigi; Toto (AirOne) agisce in nome e per conto di Lufthansa che già sta dissanguando l’hub lombardo con i voli che dall’Italia approdano a Monaco e a Francoforte. Quanto ai russi, il loro principale interesse è penetrare nel Mediterraneo per agganciare le rotte intercontinentali. In ogni caso il destino dell’Alitalia è di vedersi confinata a una operatività «regionale».
A spiegare quanto alto sia per il Paese il rischio di colonizzazione aerea basta la magra figura rimediata da Massimo D’Alema che a capo di una delegazione economica a Johannesburg, mentre decantava le magnifiche sorti e progressive del Made in Italy, si è visto apostrofare dagli imprenditori: «Ma se qui non ci si arriva!». Già perché l’Alitalia non solo ha perso un Everest di soldi, ha anche perso un universo di rotte. Baffino nell’occasione glissò, ma sa che l’Italia non può rinunciare a un suo vettore. Ed è strano che non lo dica questo governo che quando si è trattato di Telecom o di Autostrade ha suonato la grancassa dell’italianità. Il che non significa morire per l’Alitalia, significa far morire questa Alitalia e poi fare tagli, concentrarsi su un solo hub, anestetizzare i sindacati, aggredire il segmento low cost, abbassare le tariffe e incrementare le frequenze. Esattamente quello che farà chi s’impadronirà dell’Alitalia e del nostro spazio aereo piazzando però al timone un pilota straniero che deciderà le rotte per lui più convenienti. Ma a consolarci penserà il cinefilo Veltroni pronto a girare il remake di «Mamma ho perso l'aereo». E pazienza se il turismo resta a terra.