Alitalia, i piani di Prato per Air France

da Milano

I fronti sui quali è impegnato il nuovo presidente di Alitalia, Maurizio Prato, sono sostanzialmente due; uno - se così si può dire - straordinario, e uno ordinario: la ricerca di partner che permettano al Tesoro di liberarsi dall’ossessione di Alitalia nel modo più accettabile possibile; e la ricerca, all’interno del gruppo, di un nuovo equilibrio operativo e organizzativo che permetta di tamponare la voragine delle perdite e di garantire la continuità aziendale. Gli unici appuntamenti per ora in calendario sono i due cda del 30 agosto (per il nuovo piano industriale) e del 12 settembre (per l’approvazione della semestrale).
Solo un uomo con grande esperienza di industria parastatale e di intrecci tra impresa e politica, poteva assumersi impegni di questa portata; e proprio il curriculum e il gradimento di Prato a Palazzo Chigi inducono a pensare che la soluzione che alla fine verrà trovata potrà avere una matrice creativa molto «italiana», in stile Prima Repubblica. Il tema è in rapida evoluzione. Gli sconfitti (dalla gara di privatizzazione) del Tesoro hanno ceduto la mano a Prato, nell’intento di valorizzare gli aspetti tecnici di una soluzione, ma senza perdere il controllo della situazione.
Fonti accreditate suggeriscono la linea sulla quale il presidente si starebbe muovendo; posto che l’elemento chiave sarà un aumento di capitale (e non una nuova, inutile procedura), già si sono diffuse indiscrezioni sulla possibile crescita di Air France nella compagine azionaria di Alitalia; qualcuno ha ipotizzato al 10% dall’attuale 2%.
Proprio su Air France dovrebbe ruotare la soluzione; ma non in veste di acquirente (nessuno si immagina che Jean Cyril Spinetta possa arrivare alla Magliana con la scure), bensì di socio industriale di riferimento. Con un 15-20% al massimo, e quindi con una certa discrezione. Ma chi può pensare che un socio industriale del calibro di Air France, pur minoritario, non sarebbe l’autentico azionista forte, in grado di indirizzare scelte e strategie senza assumerne responsabilità in prima persona? Già oggi il piano industriale di Alitalia si starebbe elaborando gomito a gomito con i manager di Parigi. Quanto agli altri soci, il Tesoro scenderebbe intorno al 20%, un presidio di garanzia che tranquillizzerebbe i sindacati; e per il resto entrerebbero società «amiche», quali, poniamo, Sviluppo Italia e, soprattutto, Alitalia Servizi; quest’ultima potrebbe (ri-)conferire all’Alitalia la manutenzione (mossa sollecitata dai sindacati e considerata opportuna da molti tecnici) proprio in cambio di azioni. Del nocciolo duro di Alitalia farebbero parte il Tesoro e società ad esso affini, ed Air France vedrebbe valorizzato il suo ruolo industriale pur mantenendosi piuttosto «leggera».
Intanto, i conti non aiutano Prato sull’ordinaria amministrazione. L’erosione della casse di Alitalia (meno 0,6% ieri in Borsa) è continua e allarmante. A fine giugno la liquidità era di 612 milioni; ma nella liquidità sono compresi anche i biglietti già pagati dai passeggeri, ma non «volati». La stagionalità fa sì che a giugno il dato dei prepagati sia circa il doppio rispetto al resto dell’anno. Lo rivelano i dati degli ultimi bilanci: il 30 giugno 2006 i prepagati (ovvero, gli anticipi della clientela) ammontavano a 453 milioni, il 31 dicembre 2006 a 285 milioni. Se il dato di giugno 2007 non si discosterà da quello dello scorso anno, significherebbe che la reale «cassa» di Alitalia oggi è inferiore ai 200 milioni. La garanzia di sopravvivenza è limitatissima.