Alitalia, oggi cda per il piano al 2009

Ma sono tuttora molte le incognite sulle strategie della compagnia e sulla politica delle alleanze

da Milano

Il consiglio di amministrazione dell’Alitalia si riunisce oggi per la prima volta dopo la bufera che ha investito negli ultimi giorni la compagnia. Le modifiche al piano industriale che dovrebbero essere varate non potranno non tenere conto della «stretta» del governo - in particolare del Presidente del Consiglio - e del termine ultimo concesso alla compagnia per rimettersi in riga: 31 gennaio.
Il punto è che mancano ancora linee precise, mentre il dibattito politico scarica sui giornali, ogni giorno, idee molto varie e spesso confuse. Il tema delle alleanze, per esempio, è molto ardito; una compagnia con 1.700 milioni di debito, con tensioni sindacali, una flotta vecchia e perdite per 30 milioni al mese può interessare solo per la sua quota di mercato, e in un’alleanza sarebbe, di fatto, un contraente più che debole: soccombente. Il tema Fiumicino-Malpensa, che tante fiamme sta alimentando, sembra una polemica bizzarra: perché solo in un disegno molto miope Alitalia può pensare di rinunciare ai 10 milioni di passeggeri (più o meno la metà di tutti quelli trasportati) che vengono «lavorati» dal principale scalo milanese e che rappresentano la clientela più redditizia. Anche un’alleanza nazionale con Air One, ipotizzata nei giorni scorsi, si scontrerebbe su due ostacoli: il fatto che non migliorerebbe il peso su Malpensa e che non porterebbe le risorse necessarie a nuovi investimenti; il conferimento di Air One avrebbe, come principale effetto, solo quello di dare ad Alitalia un nuovo azionista di riferimento.
Non va dimenticato, d’altro lato, che Alitalia ha in cassa una liquidità di circa 800 milioni di euro (frutto dell’aumento di capitale da un miliardo sottoscritto dieci mesi fa) che le permettono di guardare ad alternative diverse senza lo spettro immediato di un fallimento. Quel denaro può servire a varie finalità, secondo gli obiettivi; può andare a coprire nel tempo le perdite generate, andando a esaurirsi nel nulla; può finanziare la ristrutturazione «riduttiva» su cui spingono gli ambienti politici romani, e che non avrebbe esiti economici; può essere il «cadeau» per chi si assuma il rischio di comprarsi la compagnia; oppure può essere la leva finanziaria sulla quale procedere a quegli investimenti in flotta, necessari e urgenti sia in chiave di rinnovamento, sia per l’estensione del network e dell’offerta, che in questo momento rappresenta il più grosso problema di Alitalia.
Quest’ultima è la vera soluzione «strategica», la più solida, ma necessariamente di medio periodo. Nessuno deve poter pensare che le soluzioni per Alitalia (più 0,62% in Borsa) siano miracolistiche e immediate. Ma se venisse redatto e sviluppato un buon piano industriale potrebbero fare ingresso anche investitori privati, insieme ai quali accendere un debito (finalizzato alla flotta) garantito dagli stessi aerei.
Il ruolo di Cimoli, in tutto questo, appare ristretto. Non tanto perché il governo (Prodi in persona) abbia richiamato a sé una «supervisione» che per ogni manager è scomoda, quanto per il fatto che a maggio il suo mandato scadrà, e - ammesso che non s’interrompa prima - è improbabile che venga rinnovato. Così le misure che saranno (probabilmente) varate oggi, di portata triennale, eccedono già l’arco della sua permanenza in azienda, e già contengono l’incognita di una continuità nella loro realizzazione.