Alitalia, parla il ministro e il titolo crolla

«Non spetta a me sostituire i manager, ma voglio capire i perché della crisi»

Paolo Stefanato

da Milano

Il neo ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi - che negli ultimi giorni si è già distinto per sua loquacità - ieri non ha nascosto la sua preoccupazione per l’andamento di un’azienda tuttora sostanzialmente pubblica come l’Alitalia (il Tesoro possiede il 49,9% del capitale). Nel pomeriggio, mentre il titolo già precipitava in Piazza Affari, ha dichiarato che il cambio del management della compagnia è «necessariamente uno dei temi in discussione» nel corso dell’istruttoria che il governo aprirà su Alitalia, durante la quale egli incontrerà sia i suoi vertici che i sindacati. «Non sono affezionato alla formula “cambia governo, cambia management” - ha spiegato - ma è chiaro che bisogna discutere anche del management perché se ci sono cose che non vanno i vertici dovrebbero avere le risposte. Noi sappiamo solo che i conti sono peggiorati e dobbiamo capire come mettere mano alla situazione». Contemporaneamente a queste affermazioni, l’azione crollava in Borsa e veniva sospesa per eccesso di ribasso: l’effetto delle dichiarazioni del ministro è stato quello di offrire alla speculazione, che già premeva sulla scia dei pessimi conti trimestrali, un tema forte come quello di un ricambio al vertice. Risultato: il titolo, in un avvitamento sempre più stretto, ha chiuso sui minimi della seduta, con un ultimo prezzo che ha segnato meno 12,7%. In un mese la perdita è stata del 30%, in sei mesi del 38%, in un anno del 61%. Tardiva la precisazione di Bianchi: «Non spetta a me e non è mio compiuto licenziare il management».
La poltrona di Giacarlo Cimoli, presidente e ad con pieni poteri e attorniato da un consiglio all’osso, è sotto osservazione almeno dal giorno successivo alle elezioni. Contro di lui pesa l’andamento gestionale della compagnia, meno 157 milioni nel primo trimestre dell’anno che secondo il piano industriale dovrebbe vedere il ritorno all’utile; ma pesa anche un rapporto tuttora difficile con il sindacato, e non gli giova la “querelle” preelettorale tra Milano e Roma (o meglio, tra Malpensa e Fiumicino). Paradossalmente, tuttavia, proprio lo stato di sofferenza della compagnia è la miglior difesa per Cimoli e rende la sua poltrona poco ambita: Jean Ciryl Spinetta, presidente di Air France, nei giorni scorsi ha ricordato, con buon senso, che per risanare un vettore aereo c’è bisogno del giusto arco di tempo. Cimoli, che è sempre stato considerato un tecnico, non ha una connotazione politica forte. Anzi: alle Ferrovie è stato chiamato dal governo Prodi e poi confermato da quello Berlusconi, che poi gli ha affidato l’Alitalia. Se i rapporti erano eccellenti con Carlo Azeglio Ciampi, lo sono altrettanto con il neo ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. L’opinione più diffusa è che per Cimoli la scadenza naturale del mandato (maggio 2007) potrebbe essere più realistica di una sua rimozione anticipata.