Alitalia, il piano per mantenerla pubblica

da Milano

Sempre più confuso il futuro dell’Alitalia. Lunedì sera il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ha detto: «Non posso escludere che possa restare pubblica». In una fase avanzata di privatizzazione è apparsa una semplice provocazione, visto che la strategia del governo non va in questa direzione e che le norme europee, vietando aiuti di Stato, di fatto impediscono una ricapitalizzazione. Se la gara in corso non portasse ad alcun esito le vie da percorrere (a parte una svendita tout court) sarebbero due: il commissariamento oppure la realizzazione di quel piano industriale «stad alone» richiesto dal Tesoro alla compagnia, come ha riferito il cda che ha approvato il bilancio 2006. Il piano è attualmente allo studio e sarà varato, presumibilmente, se la gara andrà in fumo. Ci sta lavorando un team di manager, ma non di primo livello: quasi considerandolo, per ora, un’esercitazione accademica. Le linee - secondo indiscrezioni - sono le uniche possibili per riportare in bonis una compagnia in crisi e che non può essere ricapitalizzata: la riduzione della flotta, specie di lungo raggio; il sostanziale abbandono di Malpensa, che da «hub» verrebbe derubricato al semplice ruolo di aeroporto intercontinentale; la concentrazione su Fiumicino; una conseguente riduzione di collegamenti. Un’Alitalia «pubblica», come dice Ferrero, è possibile, ma solo con un forte ridimensionamento dell’attività, esattamente quello che tutti i politici oggi giurano di non volere. Tale ridimensionamento permetterebbe probabilmente una quadratura dei conti e a quel punto, nell’arco di qualche anno, spianerebbe la strada ad Air France, che troverebbe una compagnia risanata e ridimensionata: esattamente quello che ha sempre detto di voler acquistare.