Alitalia, sì allo sciopero ma il sindacato è ormai spaccato

La Uil si dissocia, Up chiede il rinvio, il garante è pronto a intervenire. E sulla privatizzazione il clima è di forte apprensione

da Milano

I sindacati confermano lo sciopero del 19 gennaio (sul quale la Uil si è dissociata e di cui l’Unione piloti chiede un differimento). Il garante lo considera irregolare e si dice pronto a intervenire. Il ministro dei Trasporti sbandiera ottimismo sulla privatizzazione e si dice certo che in 2-3 anni la compagnia tornerà in utile. Il fondo M&C di Carlo De Benedetti oggi avvia le valutazioni sul bando. In Borsa il titolo resta praticamente immobile: queste le notizie di giornata su Alitalia.
Ma il fatto più interessante da riferire riguarda il clima, lo spirito con cui questa difficile operazione viene vissuta negli ambienti del protagonista principale, l’azionista Tesoro. Secondo indiscrezioni di buona fonte, i responsabili della procedura di vendita manifestano molta apprensione, generata dall’incertezza. C’è timore che tutto il meccanismo ideato per cedere Alitalia possa essere vanificato; in altre parole, che la gara resti senza esito e non vada a buon fine.
Questo non significa che al termine del 29 gennaio non siano presentate manifestazioni d’interesse: non sono vincolanti e possono dare immagine, quindi non hanno controindicazioni. Il problema è dopo. Gli interessati saranno ammessi alla conoscenza dei dati della compagnia, poi dovranno presentare un piano industriale e un’offerta. Non è detto che vi si arrivi.
Che cosa vi osta? Due elementi: la necessità di lanciare un’Opa e, quindi la quantità di risorse necessaria; e lo stato dell’azienda, in pesantissima crisi e senza - allo stato attuale - reali prospettive (il piano industriale di Cimoli, che ha mancato l’utile promesso per il 2006, si può dire obiettivamente fallito, senza timore di essere smentiti). Il quesito che tutti si pongono è il seguente: come potrà riuscire un privato in un’impresa - salvataggio e rilancio di Alitalia - nella quale lo Stato ha mancato nonostante le ripetute e ingenti iniezioni di denaro? Questa domanda ne richiama un’altra: perché un privato dovrebbe esercitarsi in una sfida così rischiosa? E qui si aprono incontrollabili ipotesi di promesse, trattative parallele, compensazioni con poste infungibili. Il campo è puramente politico: e non va dimenticato che se Alitalia non verrà ceduta dignitosamente, per il governo sarà un insuccesso bruciante.
Ma se la gara non dovesse andare a buon fine, che cosa accadrà? Il vero problema è la continuità aziendale. È vero che in cassa ci sono 700 milioni (che possono dare ossigeno per due anni al massimo), ma in queste condizioni non c’è una realistica prospettiva di tornare «in bonis». Dunque, una procedura concorsuale: non il fallimento, vista la liquidità in cassa, ma, per esempio, la legge Marzano per il risanamento delle grandi imprese in crisi. A quel punto, dopo le cure drastiche di un commissario, ecco che potrebbe diventare conveniente acquisire una compagnia di buon marchio, buon mercato e - a quel punto - senza debiti. Direttamente o indirettamente (per esempio, attraverso Meridiana) l’unico soggetto che sta sempre sullo sfondo delle congetture è sempre Air France.
Tornando alla cronaca, ieri si è assistito di nuovo alla sceneggiata dello sciopero, sul quale il fronte sindacale è spaccato.
Ma che si faccia o non si faccia non importa: un volo lo si prenota in anticipo, e chi può aver prenotato un volo Alitalia per il 19 gennaio, sapendo il rischio che correrebbe? Così se poi lo sciopero sarà revocato, il personale sarà pagato ma gli aerei voleranno vuoti...