All’Actors Studio s’impara (anche) a fregare i registi

Le confidenze di tre caratteristi tutti premi Oscar, Martin Landau, Ellen Burstyn e Lee Grant. «L’importante è non gettare mai la spugna»

Pedro Armocida

da Roma

«Il lavoro che facciamo - ciò che viene chiamato il “metodo” - non è altro che la somma totale delle esperienze di tanti grandi attori del passato, delle testimonianze e delle dichiarazioni che hanno lasciato, e di ciò che abbiamo visto nella nostra esperienza». Questa frase di Lee Strasberg, attore e storico direttore artistico dal 1951 fino al 1982, anno della sua morte, del leggendario Actors Studio fondato a New York nel 1947 da Elia Kazan, Cheryl Crawford e Robert Lewin, spiega bene le finalità e le motivazioni della più famosa scuola d’attori del mondo. La Festa del Cinema ne celebra la storia e l’attività con una retrospettiva di titoli significativi, quest’anno limitata agli anni Cinquanta, e con l’incontro di ieri con alcuni dei più grandi attori che l’hanno frequentata: Ellen Burstyn, Martin Landau e Lee Grant. Una lezione di cinema, ripresa da Studio Universal, seguitissima da un nutrito gruppo di giovani attori o aspiranti tali che ha creato un visibile e curioso scarto generazionale con i loro maestri (Burstyn è del 1932, Landau del 1931 e Lee del 1927). In un primo momento poi era prevista la presenza di Eli Wallach, il celebre Tuco, il meno bello dei tre protagonisti de Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone, che, novantunenne, non ha potuto partecipare per problemi di salute ma, ha assicurato Ellen Burstyn, «ora è uscito dall’ospedale e vi saluta».
E mentre sullo schermo scorrevano le immagini indimenticabili di Elizabeth Taylor, James Dean, Montgomery Clift, dalla platea si levavano domande apparentemente banali, ma molto interessate, su come ad esempio si possa accedere alla scuola. Ellen Burstyn, premio Oscar per Alice non abita più qui di Martin Scorsese, nelle vesti di presidente dell’Actors Studio con Al Pacino e Harvey Keitel, ha spiegato che «basta prendere un appuntamento e presentarsi con un partner e una scena di cinque minuti in inglese». Sarà. Certo che la scuola è famosa per una sua esclusività quasi massonica: «Chi riesce a entrare vi appartiene per sempre», ammonisce la Burstyn. Tanto che nessuno, se non è un attore professionista, può assistere alle lezioni. Che sono molto particolari perché, racconta Lee Grant premio Oscar per Shampoo di Hal Ashby, «il metodo influenza la vita dell'attore e comporta un lavoro nel profondo di se stessi, finendo per cambiare il proprio modo di essere». Così, prosegue Martin Landau anch’egli premio Oscar con Ed Wood di Tim Burton, «i nostri attori hanno la capacità di assumere la visione del regista e portarla sullo schermo. Io lavoro con notevole libertà e cerco di apportare al film quante più cose possibili. Prendiamo il caso del film di Burton in cui era impossibile essere realistici, bisognava elevare la recitazione. Lui si rivolgeva a me dicendo: “Sai cosa intendo?”, e io “Certo”, e lui “Sì, è esattamente così”, gli altri rimanevano sconcertati».
Chissà se all’Actors Studio insegnano anche questi sistemi per infinocchiare i registi, certo non facevano parte del metodo di Lee Strasberg, più interessato alle innovative teorie del regista russo Konstantin Stanislavski. «Secondo Elia Kazan - ricorda la Burstyn - Strasberg era il più grande insegnante di recitazione di tutti i tempi, riusciva a guardarti dentro posando uno sguardo sul tuo lavoro più profondo dei raggi X. Io devo molto a lui non solo come attrice, ma anche come essere umano per i valori che mi ha insegnato». Uno di questi, confida tra applausi scroscianti, «è quello di non rinunciare mai al proprio sogno di attore e di non gettare mai la spugna».