All’aeroporto di Tel Aviv un team di acchiappamatti

Agenti in cerca di turisti «instabili»: rimpatriati in 250

Nell’aeroporto di Tel Aviv gli agenti devono stare all’erta: non solo contro possibili delinquenti o terroristi ma, anche, per intercettare i turisti dall’aria «instabile»: gli «accalappia-matti» ne hanno già fermati più di 250, dal mese di gennaio, poi prontamente rispediti alle terre d’origine. I viaggiatori che sbarcano all’aeroporto internazionale «Ben Gurion» devono stare attenti a quello che fanno: quelli che spiccano per eccessiva bizzarria, infatti, cadono nelle ferree maglie dei funzionari del ministero degli Interni; finora, come ha spiegato il quotidiano «Ma’ariv», si è trattato soprattutto di statunitensi. I turisti sarebbero colpiti dalla cosiddetta «Sindrome di Gerusalemme», quel particolare disturbo che coglie i visitatori, in prevalenza quelli motivati da profondi sentimenti religiosi, nel notare l’estremo divario fra la Gerusalemme spirituale e mistica idealizzata prima dell’arrivo in Israele, e la realtà effettiva. Nelle bianche stanze di un istituto psichiatrico alla periferia di Gerusalemme sono sfilate legioni di persone convinte di essere re biblici, profeti, arcangeli o altri messaggeri celesti.
Ora però, alcuni turisti sembrano essere colpiti da una «Sindrome di Israele» prima ancora di raggiungere la Città santa: ad esempio, una tedesca che, appena atterrata, ha cortesemente pregato le guardie di arrestarla, perché quello era appunto lo scopo della sua visita. Per sottolineare la serietà delle proprie intenzioni, la turista ha voluto orinare nella sala arrivi.
Un cittadino statunitense, invece, per motivi misteriosi si rifiutava di raggiungere i nastri per la distribuzione delle valigie. Quando il personale di terra ha cercato di comprendere meglio le sue ragioni, si è limitato a rendere noto a mezza bocca che poteva conferire solo con un esponente autorizzato del Mossad, il servizio di spionaggio. Anche perché era certo che nella zona fossero in agguato diversi sicari pronti a eliminarlo.
Un altro escursionista americano ha preferito non raggiungere affatto le postazioni del controllo passaporti perché ha spiegato di aver attraversato l’Oceano soltanto «per augurare buon anno alle guardie di sicurezza» e intendeva subito tornare a casa.