All’alta velocità i Ds preferiscono il doppio gioco

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

L’altra storia del Tav. Storia di proteste organizzate, capipopolo con tessera di partito e carriere politiche. Accade in questi giorni in Val di Susa. Ma era tutto annunciato da tempo: modalità, ragioni e torti, interessi e protagonisti. «Per dieci anni i Ds hanno fatto il doppio gioco: a Roma e Torino “Sì Tav”, in Val di Susa “No Tav” - racconta Osvaldo Napoli, deputato di Forza Italia eletto in quella zona -. Mentre firmavano gli accordi internazionali per realizzare l’opera, alimentavano le proteste della popolazione. Ma a furia di giocare con il fuoco, adesso si stanno bruciando».
La storia della protesta «No Tav» comincia una decina di anni fa. Più Italia e Francia procedono nella definizione dell’opera, più in Val di Susa si organizza l’opposizione. In quest’ambiguità si muove la sinistra.
È infatti il governo di Lamberto Dini (gennaio 1996) a concordare con quello francese l’istituzione di una commissione mista per avviare l’opera. Ed è il ministro dei Trasporti Ds Pierluigi Bersani (gennaio 2001) a firmare con il collega transalpino Jean Claude Gayssot l’accordo secondo cui «i governi italiano e francese si impegnano a costruire o a far costruire le opere della parte comune italo-francese».
«Allora niente: nessun ministro Ds si fece vedere in Val di Susa, né venne a spiegare ai cittadini. Lasciavano campo libero ai capataz locali dello stesso partito. Raccontavano che l’opera la volevamo solo noi del centrodestra». Il deputato Napoli è stato per vent’anni sindaco di Giaveno, cittadina che confina con la Bassa Val Susa, e di questa storia conosce i protagonisti e ricorda tutte le circostanze.
«Io ai dibattiti sul Tav non potevo farmi vedere, mi beccavo solo contestazioni». Dibattiti no, ma ordini del giorno in Parlamento sì. Come quello del 2002 che chiede compensazioni finanziarie per la Val di Susa, fatte tutte le verifiche sulla non pericolosità dell’opera per la salute dei cittadini. S’ipotizza pure una cifra: circa 330 milioni di euro. Non se ne fa niente perché i comitati «No Tav», Ferrentino in testa, non ne vogliono sapere di trattare.
Come sarebbe andata a finire, lo dice a chiare lettere Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana Bassa Val di Susa e leader della protesta, il 29 novembre 2003. Quel giorno si svolge a Torino un convegno sui trasporti e un centinaio di attivisti «No Tav» impedisce l’ingresso ad alcuni partecipanti (tra cui il sindaco Ds di Torino Sergio Chiamparino, favorevole al Tav). Ferrentino ne approfitta per lanciare il suo proclama: «Per realizzare l’opera, anche solo per fare un carotaggio, dovranno militarizzare la valle». A chi protesta per il tono minatorio, i Ds rispondono difendendo il capopopolo: «È un sincero democratico». Quel che è successo dopo è noto.
La svolta arriva nell’aprile 2005, con il ribaltone in Regione e la vittoria di Mercedes Bresso (Ds) alla testa di una coalizione di centrosinistra. A quel punto, il cerino torna nelle mani di chi lo aveva acceso anni fa. A pensarla così non è solo un deputato di Forza Italia come Napoli, ma anche il Fai (Federazione anarchica italiana) di Torino. Sul sito internet Indymedia si può leggere una polemica lettera a Ferrentino, il capo della rivolta in Val di Susa. Scrivono gli anarchici: «La sua compagna di partito Mercedes Bresso, governatore del Piemonte e paladina del Tav, tenta di dividere il movimento e di far passare i sondaggi inserendo nella commissione incaricata del controllo sugli stessi due tecnici rappresentanti la Comunità Montana. Una bella idea per far iniziare i lavori per il Tav, trasformandoli in “sondaggi buoni”. La maggior parte delle istituzioni della valle abbocca immediatamente all’amo e solo la rottura delle trattative voluta dall’“impaziente” ministro Lunardi manda a monte il tentativo Ds di far passare il Tav con la vasellina».
Il giocattolo dava segnali di imminente rottura già nel 2004. Alle elezioni provinciali, Ferrentino si candida nei Ds e sostiene il presidente Antonio Saitta, favorevole al Tav. Una scelta che spacca i comitati in Val di Susa, tanto che nasce una lista «No Tav» anti Ferrentino. Risultato: Ferrentino non viene eletto. Alle regionali 2005, resta fuori dalle liste. Ma scalda i muscoli per presentarsi alle Politiche e sfidare Napoli nel collegio uninominale della Camera. Il piano sembra definito, ma non prevede la variabile della riforma elettorale.
Il proporzionale cambia tutto: con le liste bloccate, il peso del capopopolo No Tav» è ridotto. Ora i Ds potrebbero farne a meno. Ma Ferrentino può agitare la protesta popolare. E smascherare un doppio gioco lungo dieci anni.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it