All’esame d’italiano bocciati i nostri Schleck sfila a Evans la maglia gialla

A Prato Nevoso vince lo sconosciuto Gerrans. Tra i più attivi i fratelli Schleck: Andy tira per il più grande Frank che ora è maglia gialla. Nibali, il primo degli azzurri, perde 5 minuti

Prato Nevoso - Il Tour trova l'Italia. Trovasse pure un italiano, prima o poi. Al momento li sta perdendo tutti per strada. Lasciamo stare come ha perso la premiata ditta Piepoli&Riccò. Purtroppo, chilometro dopo chilometro, sta perdendo anche tutti gli altri nel modo più triste e impietoso. Salendo a Prato Nevoso, il primo è il giovane Nibali, ventesimo. Il secondo, ventiseiesimo e stremato, il nostro Piccolo Principe, Damiano Cunego, ogni giorno una caduta, ogni giorno sempre più piccolo. Guardando poi la classifica generale, lo strazio è completo: Nibali, primo dei tricolori, è dodicesimo, Cunego quindicesimo. Non c'è molto da aggiungere: il Tour entra in Italia, gli italiani escono dal Tour.

Forse conviene stringere lo zoom su un altro genere d'Italia, quell'Italia incredibile e inspiegabile che nonostante tutti gli schiaffi, le umiliazioni, le bugie, gli inganni, le disillusioni degli ultimi dieci anni ancora si presenta imperterrita lungo le strade del ciclismo. Un tizio sano di mente si presenta sulle salite piemontesi, tra l'altro intristite e ingrigite da un tempaccio semiautunnale, e legittimamente si aspetta di trovare un deserto. Un mortorio. Una desolazione. Invece, neanche fossimo reduci da un decennio di esaltazioni, eccoli ancora tutti lì, più forti della delusione e del disincanto. Interminabili file di giovani e di anziani, di donne e di bambini, che salgono in bicicletta verso un tornante con buona panoramica sulla gara. E poi la comunità errante dei camper. E le comitive di scout, di campeggiatori, di vecchi alpini. Una folla commovente e perbene, che non ha bisogno di servizi d'ordine e di cordoni polizieschi, perché da sola sa stare al posto suo. Una folla di competenti spettatori, sia detto con una certa rabbia, che meriterebbe attori decisamente più seri e più leali. Invece. Forse la verità pura e semplice sta tutta qui: questi attori cinici e bari dovrebbero finalmente correre in mezzo al deserto, un paio d'anni almeno, per capire finalmente il patrimonio che da troppi anni stanno seviziando e mortificando.

Purtroppo, siamo sempre allo stesso punto: a contemplare uno spettacolo ipotetico e presunto. Da quello che appare in superficie, a una settimana da Parigi sono ancora sei i corridori tranquillamente in grado di vincere il Tour de France. Per gli amanti dell'equilibrio è una sublimazione: i sei candidati stanno tutti rinchiusi dentro un amen di 49''. A Prato Nevoso - tappa vinta dal carneade Gerrans - paga un poco il canguro Evans, che difatti perde la maglia gialla, mentre fanno un figurone i fratelli Schleck (senior è il nuovo leader), nonché i giovanissimi Kohl e Kreuziger, lo spagnolo Sastre, l'americano Vandevelde, ma soprattutto il russo imperturbabile Denis Menchov. Ad essere sinceri, l'esame di italiano promuove soprattutto lui, il russo che compare sempre sull'ultima salita, come comparisse da un'altra galassia. A livello spettacolarità, Menchov si agita come una cellula insonne. Mimetizzato, defilato, nascosto. All'apparenza inesistente. Quando poi prova a rompere lo schema, attaccando Evans a metà salita, finisce pure per terra, ritrovandosi a rincorrere con sforzo sovrumano. Eppure, questa medusa trasparente e impalpabile sembra al momento il maggiore candidato alla maglia gialla di Parigi, l'unica che in fondo conti sul serio. Da qui ad allora, gli appuntamenti decisivi - dopo il riposo odierno a Cuneo - sono la supersfida dell'Alpe d'Huez, ultima montagnosa, e la lunga cronometro di sabato. Cosa dire: l'impressione è che per dirimere questa ammucchiata bisognerà aspettare proprio gli ultimi giri di lancetta. Il massimo, per chi ama il genere. Personalmente, sono dell'altro partito: continuo a preferire il campione prepotente e impietoso. Non faccio nomi di ciclisti per evitare i ma-se-però. Cito a caso: i Senna e gli Schumacher, i Thoeni e i Tomba, i Valentini Rossi e gli Stoner. Trovo che l'equilibrio e il livellamento siano troppo normali, troppo vicini a noi adiposi e anchilosati: nello sport cerco il fuoriclasse che viaggi una spanna sopra gli altri. Perché nella memoria, alla fine, a distanza di anni, restano proprio loro: i campioni. Con la loro eccezionalità e la loro imbattibilità. Chiedo, per tornare al punto: davvero, fra trent'anni, il genere umano ricorderà con eccitazione le indimenticabili azioni di questa gestione assembleare?

Al momento, anche il Tour 2008 mette il primo piede nella storia con l'ennesima retata di truffatori. Questa la penosa verità. Questo si ricorderà. E se pure un campionissimo improvvisamente comparisse, sarebbe subito subissato di verbi al condizionale e di periodi ipotetici. Ormai si va avanti alla giornata, ci si aspetta qualunque cosa da un momento all'altro. Nessuno si sbilancia più per nessuno. Anche domenica prossima, quando sarà proclamato il vincitore, i toni saranno gli stessi: ha vinto Tizio, forse. È pulito, chissà. Il ciclismo contemporaneo è lo sport del vai a sapere, chi può dirlo. Come nuova disciplina, potrebbe chiamarsi «dubbismo». Non a caso, il vero vincitore del Tour non sarà quello di Parigi. Le corse di dubbismo finiscono soltanto un paio di settimane dopo. A stilare la classifica non sono i giudici di gara, ma i biologi dei laboratori. Nel dubbismo si può vincere e si può perdere per una semplice goccia di sangue.