«All’Esquilino ora sono gli italiani la minoranza»

Una passeggiata all’Esquilino tra le centinaia di showroom cinesi - dietro cui spesso si celano attività all’ingrosso - di piazza Vittorio, gli odori forti dei ristoranti orientali di via Mamiani, il degrado del mercato coperto di via Principe Amedeo. Ma anche tra gli esercizi italiani superstiti, come la pizzeria con il tricolore orgogliosamente esposto. Protagonista del tour nella Chinatown capitolina, ieri mattina, una delegazione di Alleanza nazionale composta dal portavoce del partito Andrea Ronchi, dal deputato Fabio Rampelli, dal capogruppo comunale Marco Marsilio, dal capogruppo in I municipio Federico Mollicone e dal consigliere Stefano Tozzi. Un’occasione per tastare con mano - alla luce dei tafferugli milanesi di via Sarpi - la difficile realtà di un quartiere definito «modello di integrazione» dal sindaco Veltroni. Presenti alla visita anche i rappresentanti delle associazioni di residenti, commercianti e realtà sociali del rione. Le stesse che lo scorso 18 aprile - il giorno dopo l’incontro in Campidoglio con i rappresentanti della comunità cinese - avevano scritto a Veltroni affinché concedesse udienza anche a loro, perché è altrettanto legittimo il dialogo con le persone «che qui vivono e lavorano da sempre, e vogliono continuare a farlo». «Forse Veltroni - commenta Ronchi - si sarà dimenticato perché impegnato con i congressi per il Partito democratico. Ma ora spero che riceva i comitati degli italiani e convochi al più presto un tavolo apolitico istituzionale».
Quindi il portavoce di An si appella al ministro dell’Interno, Giuliano Amato, affinché «non tocchi la legge Bossi-Fini. Presto gli sottoporremo le istanze dei residenti: siamo qui per ribadire il concetto di legalità, volontà di integrazione ma assoluto rispetto delle leggi». «Leggi che esistono ma che non vengono applicate - sottolinea invece Marsilio tornando a chiedere una task force interforze - come nel caso dell’articolo 32 bis della legge regionale 33/99» inserito nel 2004, durante l’amministrazione Storace, su iniziativa dell’allora consigliere regionale Rampelli e che prescrive, nelle aree dove delibere e regolamenti comunali vietano esplicitamente l’attività all'ingrosso, pesanti sanzioni e la chiusura immediata dai 30 ai 60 giorni, oltre al prolungato divieto di aprire una nuova attività per i «recidivi». «Ma sono due anni - chiosa amaramente lo stesso Rampelli - che per l’Esquilino e la difesa del commercio tradizionale non c’è più un quattrino. Qui ormai gli italiani sono una minoranza etnica».