«All’estero la strada è più facile»

Paola Fucilieri

Lo ha detto anche a Vittorio Sgarbi qualche giorno fa. «Mica si possono fare solo mostre su artisti morti, storicizzati. E i contemporanei?». Marcello Lo Giudice è fatto così: fondamentalmente pacifico e solare, quando si parla di arte e artisti in Italia s’infervora. E diventa impetuoso ed esplosivo come i suoi colori, quelle tinte bellissime ed energiche, create con strati di olio e pigmenti, portate in superficie con tecniche diverse, raschiature, asportazioni, livellamenti vari. Classe 1955, con opere battute per cifre che sfiorano i 30mila euro nelle principali case d’aste - come l’Artcurial di Parigi, ma anche da Christie’s a Milano - e collezionisti che lo considerano uno dei nomi più interessanti dell’arte informale europea, Lo Giudice è molto più conosciuto e apprezzato all’estero che non in Italia, un paese nel quale lui nota grandi lacune nel campo della cultura. I suoi lavori si possono ammirare alla galleria parigina La Seine 51, saranno presenti alla Kunsthause di Zurigo e, a maggio 2007 l’arcinota galleria Frank Page gli aprirà le porte di Baden Baden dove le sue farfalle saranno esposte anche nei parchi della città. «A Milano la moda è una piovra che ormai allunga i suoi tentacoli su tutto e che allontana dalla città la vera cultura - sostiene Lo Giudice - È un grande business, è vero, ma esalta solo l’effimero che nulla ha a che fare con la spiritualità. Le istituzioni sono assenti, burocratiche, si salva solo il collezionismo privato perché, per tradizione, i lombardi si documentano, viaggiano e amano comprare opere di arte contemporanea. Anche il Pac nato per offrire spazi ai pittori contemporanei italiani, propone invece artisti senza alcuna storia: Sgarbi dovrebbe risvegliarlo. Perché gli artisti ci sono, molti si nascondono nei garage e nelle soffitte di Milano, ma lavorano su concetti autentici. I critici, anziché perdersi in giro tra feste, a beatificare se stessi dovrebbero andare in giro a cercare questo genere di artisti». Lo Giudice rimpiange i tempi in cui grandi artisti come Giovanni Bai, Antonio Recalcati e Lucio Fontana girovagavano, magari un po’ brilli, per Brera, parlando di arte. «Momenti che sembrano ormai lontani anni luce...» conclude l’artista con ostentato rimpianto.