All’inferno in bicicletta

Domani la Parigi-Roubaix, la corsa di fango e pavè. Ecco la storia dei 28 settori che regalano grandi vittorie ma anche drammatiche forature

Quest’anno saranno ventotto i settori di pavé disseminati lungo i 259 chilometri della Parigi-Roubaix. Ventotto settori per una corsa che per i corridori è a tutti gli effetti una «via crucis», lenta e dolorosa a tratti estenuante, che in pratica esplode al settore numero 18, nella mitica foresta di Arenberg: 2400 metri di pavé sconnessi e aguzzi come colli di bottiglia.
IL CAMPO MINATO DI MOSER
«È come entrare a sessanta allora in un campo minato: la corsa salta davvero per aria – racconta Francesco Moser, tre volte primo nella regina delle classiche alla sua 106° rappresentazione -. La Foresta è uno spartiacque: da una parte quelli che devono abbandonare sogni di gloria, e gli altri che lo inseguono. C’è chi finisce subito all’inferno e chi dall’inferno ne esce con le proprie gambe e spera di raggiungere il paradiso all’interno del velodromo di Roubaix. È una corsa priva di salite, ma i settori di pavé sono dei Mortirolo spalmati in orizzontale. Se poi piove, come dicono, allora saranno davvero dolori per tutti».
BALLERINI E LA FORESTA
Ventotto settori, con il primo che arriva dopo 98 chilometri di corsa. Duemila e 200 metri di media difficoltà (Troisvilles): «Lì si comincia a fare sul serio – spiega Franco Ballerini -. La cosa più difficile? Restare in piedi e alimentarsi correttamente». La foresta d’Arenberg è il simbolo della Roubaix, ma ogni corridore ha il suo settore magico, il suo punto di riferimento. La sua zona dove piazzare l’attacco e costruire i propri sogni di gloria. «Chi esce bene dalla Foresta ha speranza di fare qualcosa – dice Moser, primo per tre anni consecutivi, dal 77 al 79 -. Io poi ho sempre fatto la differenza nel settore numero dieci, a Mons-en-Pévèle. Un tratto di tremila metri posto a una quarantina di chilometri dal traguardo, molto difficile, tra i più aspri in assoluto».
L’ANGELO DI TAFI
Andrea Tafi, l’ultimo italiano a vincere la Roubaix nel ’99, ha persino trovato «un angelo» al Carrefour de l’Arbre. «I miei settori? Il numero 14 e 13. La differenza l’ho fatta quando all’arrivo mancavano circa 36 chilometri: via a tutta. Arrivo al Carrefour de l’Arbre, dove la corsa si può definitivamente perdere o definitivamente vincere. Foro, mi fermo e uno spettatore a bordo strada mi passa velocissimamente la ruota. Scoprii solo in seguito che era un mio tifoso, il figlio del responsabile in Belgio della Mapei, il team per il quale correvo. Se non avessi trovato il figlio di Mariotti, non sarei mai potuto arrivare primo nel velodromo di Roubaix».
IL PANINO GIUSTO
«Il segreto per vincere una Roubaix? Bisogna essere in forma, alimentarsi regolarmente ogni quaranta minuti ed uscire dalla Foresta senza problemi e pronti alla battaglia – spiega Franco Ballerini, due volte primo a Roubaix, e oggi ct della nazionale italiana -. Il freddo, la pioggia, il dolore? Si soffre solo nei primi cento chilometri: sull’asfalto. Poi una volta sul pavé il sangue circola, il corpo vibra e la Roubaix entra pian piano nel corpo, nel sangue e non senti più nulla. Il mio settore di riferimento? Il numero 7, quello di Templeuve d’Epinette. Lì attaccai nel ’93 quando poi fui beffato in volata da Duclos-Lassalle. Lì ho attaccato nel ’95 quando vinsi la prima volta. Nel’98, invece, andai all’attacco da solo nel settore numero 12, a Orchies. In quell’occasione dovevo recuperare una fuga di dodici: li ripresi uno ad uno, fin quando rimasi al comando con il belga Ludo Diercksens. Memore dalla beffa patita qualche anno prima da Duclos-Lassalle, decisi di attaccare al settore 8, quello di Pont-Thimbaut e arrivai solo».
IL CUORE DI MADIOT
Anche per Marc Madiot il Carrefour de l’Arbre è il cuore della Roubaix. «La Milano-Sanremo ha il Poggio, il Giro di Lombardia il Ghisallo, il Tour l’Alpe d’Huez, la Parigi-Roubaix ha per me il Carrefour de l’Arbre, molto più della foresta di Arenberg. È senza dubbio il tratto più impegnativo dell’Inferno del Nord, perché bisogna affrontarlo dopo quasi 240 chilometri di gara, e sai perfettamente che lì devi dare tutto e più di quel tutto che ti resta nelle gambe. Per me questo settore è un posto lunare. Sono solo 2100 metri, ma incute rispetto come pochi altri. Ho vinto due Roubaix e in tutte e due le occasioni sono partito in quel settore. Ci arrivi stanco morto di fatica e ti sembra di finire in un tritacarne. È una tortura, breve ed eterna al tempo stesso. Ti trovi subito di fronte ai primi pavé, quelli di color blu, che formano il tratto tecnicamente più difficile e poi quelli color granito. Poi scompare il dolore, e ti sembra una liberazione. Sogni quel pezzo di porfido in premio, poi una doccia calda, prima di andare a letto, sfinito. Poi un sonno profondo, pieno di pace».