All’Italia ovale non tornano i conti

Per dirla con Shakespeare, sarà l’inverno del nostro scontento. Pesano le tre sconfitte di fila che il trittico di test autunnali ha riservato alla nazionale di rugby. Pesano perchè sono un “déjà-vu”. Più o meno di questi tempi lo scorso anno ci si lamentava per l’occasione persa di entrare tra le prime otto del mondo. Da allora è arrivato Mallett, ci siamo presi la rivincita battendo la Scozia al Flaminio, ma siamo sempre lì a contare le occasioni mancate. Ci salva il popolo del rugby (ottantamila presenze in tre partite), pronto sempre a guardare avanti. Ma non deve diventare un alibi per chi va in campo.
È cambiato il rugby italiano, sempre più si parla di professionismo, il cuore lo mettono in pochi e a guardar bene l’immagine che esce dai tre test di Padova, Torino e Reggio Emilia è quella di un’Italia che sembra aver perso identità. Secondo qualche vecchia bandiera del rugby che fu, la crisi è profonda. Lo sottolinea Gino Troiani, 47 volte azzurro e terzo marcatore assoluto dopo Dominguez e Bettarello con la maglia della nazionale: «A parte i Parisse, i Bergamasco e i Masi, questa nazionale non mi sembra che abbia giocatori di personalità, capaci di fare la differenza. Ci manca una mediana che sappia dare sicurezza alla squadra e un’apertura capace di gestire tatticamente la partita. So che non è un ruolo facile. Del resto non si improvvisa un’alternativa a Troncon e Dominguez».
Marcello Cuttitta, 54 presenze con la nazionale e principe delle mete (25) con la maglia azzurra, oggi coach dell’Amatori Milano, non se le prende tanto con i giocatori: «Io vedo un gruppo affiatato, un gruppo che vuole arrivare al risultato, che ci prova. Mi sembra tuttavia che questo gruppo abbia perso l’obiettivo, quello di vincere. A questo punto la “mamma”, cioè la Fir, dovrebbe fare in modo di rimettere l’obiettivo nel mirino del gruppo. Ci vuole poco per vincere. Basta non distrarsi. A Reggio ho visto un gruppo più attento alle telecamere che non al pallone. E non è stato bello. Va bene la pubblicità ma tutto deve essere rapportato ai risultati. Soprattutto credo si debba far capire ai giocatori che loro valgono ciò che dimostrano sul campo. L’allenatore? Per me Mallett è all’altezza. Sono sicuro, conoscendolo, negli spogliatoi i suoi giocatori se li sarà mangiati».
Massimo Giovanelli, 37 volte capitano azzurro: «A questa nazionale manca un contatto diretto con la gente, un modo di avvicinarsi ai tifosi non mediato dai calendari e altre iniziative che sanno di plastica. Dobbiamo tornare alle radici, restare umili. Se è davvero questa “la miglior squadra di tutti i tempi” non deve precipitarsi il capitano a dichiararlo, ma devono essere i risultati a spiegarlo. La mediana? Il problema è nato quando Diego Dominguez aveva trent’anni. Oggi ne ha 43. Significa che in quel ruolo il black out è durato 13 anni con una federazione che in 9 anni ha cambiato 6 allenatori. Con buona pace della programmazione e anche del bilancio».