All Music: "De Benedetti numero 1 ma solo nel lasciarci tutti a casa"

L’editore della tv, &quot;primo tesserato Pd&quot;, licenzia 29 dipendenti su 37 senza ammortizzatori né ricollocamenti. Neomamme comprese <br />

Milano - «Ha presente il megadirettore di Fantozzi? Quello che chiamava i dipendenti “cari inferiori”?». Era il conte Barambani ed era il 1980. Oggi il conte è diventato Ingegnere e si chiama Carlo De Benedetti. Invece di tirare al piattello sul suo yacht, l’editore della progressista Repubblica e del girotondino Micromega gioca a fare l’imprenditore illuminato. Ma la considerazione per i sottoposti è la stessa. E quindi via coi licenziamenti a nastro, neomamme comprese.
Stanno tutti davanti alla sede di All Music in via Tortona a Milano, i 29 dipendenti licenziati. Sono pochi per scuotere l’opinione pubblica (nessun giornalista dal taccuino indignato) ma abbastanza per incuriosire i passanti. Sono montatori, registi, segretarie. Cantano e chiedono di visitare il loro sito, www.fallmusic.tk. Sono i tecnici della tv musicale che il Gruppo Espresso ha rilevato da Peruzzo editore nel 2004 e che ha deciso di «ridimensionare». Perché gli imprenditori di destra «sfruttano», quelli di sinistra «ridimensionano». Ma ai 29 la politica non interessa. Hanno tamburi, volantini, striscioni con scritto «vergogna» e un contratto a tempo indeterminato che diventerà carta straccia perché l’azienda «con grande e profondo rammarico» ha deciso di tagliare gli sprechi, partendo da loro. «Però ci hanno regalato il cd di Giusy Ferreri», ironizza qualcuno.

Tutto intorno pulsa il cuore trendy del Salone del mobile. Davanti ai cancelli della tv, invece, è il Festival della mobilità: «Magari fossimo in mobilità - spiega Alessandro, rappresentante sindacale -. Qui siamo proprio al licenziamento. Non si era mai visto un simile repulisti in una tv. E per questo pericoloso precedente dobbiamo ringraziare De Benedetti, l’uomo-sponsor della sinistra che pontifica sugli ammortizzatori sociali e poi butta le famiglie in mezzo alla strada». Alessandro ha 54 anni e non ha mai manifestato in vita sua. Non è uno sgallettato della Mtv generation che può rimettersi in gioco, né un aficionado del megafono. Lavora a Rete A, l’emittente per cui All Music trasmette, da oltre 20 anni. È uno di quei padri di famiglia che il Pd voleva difendere, ma che forse - essendo De Benedetti tesserato numero uno del partito - a pensarci bene è un po’ meno padre degli altri: «Abbiamo ricevuto solidarietà da tutte le forze politiche: Lega, Idv, Comunisti, Pdl. Solo il Pd è stato zitto». Alessandro indica un cartello: «Belle parole, cattive azioni».
Perché a un sit in di dipendenti di una tv musicale ti aspetteresti di trovare vj fichi e miss in minigonna. Invece ti trovi davanti soprattutto professionisti di mezza età, gente come Giuseppe: «Due anni alla pensione, mi mancano. Due anni... ». Tace e allunga un volantino a una giapponese che fotografa la civilissima protesta da dietro un paio di occhiali da 400 euro. Giuseppe era un fattorino e se l’azienda non fa marcia indietro, va a casa. I deejay coi pantaloni a vita bassa, invece, sono collaboratori. Intoccabili.

L’azienda parla di cattivi risultati per disfarsi di loro. Poi, però, l’Ingegnere va ospite da Fabio Fazio, ricorda che «se un lavoratore viene licenziato può solo andare a rubare le formaggette, come già accade». «L’altro giorno ero al supermercato e l’ho trovata, la sua formaggetta - sbotta sarcastica Caterina -: mi sono messa a dire “ora la rubo!”. Tanto ho il permesso di De Maledetti!». Caterina ha 45 anni e lavora ad All Music con il marito Mario. Entrambi licenziati, con due figli a carico: «Almeno un coniuge potevano salvarlo - si lamenta -. Invece no. Paghiamo tutto noi tecnici: i 18 milioni di euro di buco, l’incapacità dei pubblicitari, lo show Gip, mandato in onda a mezzanotte a costi stratosferici, la crisi di “redditività” di tutto il gruppo. Lavoro qui dall’83, prima eravamo una tv piccola ma in utile. Da quando è cambiata la proprietà siamo una tv inutile. E pensare che poteva comprarci Sky... ».

Eppure All Music non chiude. «Esternalizza». Mette i lucchetti agli studi di produzione, lascia la sede. Ma continua a comprare contenuti da terzi, sfruttando i collaboratori occasionali: «E pensare che De Benedetti si indigna per i 3 milioni di precari in Italia - continua Caterina - E in casa sua, su 6 studi di produzione non c’è un solo assunto. Si deve vergognare». È questa la goccia che fa traboccare il vaso. Perdere il lavoro e vedere il presidente del Gruppo spacciarsi da capitalista dal volto umano: «È inaccettabile - spiega Francesco Aufieri, anche lui fiduciario Slc-Cgil -. Ci hanno negato tutto: sia gli ammortizzatori in delega voluti dal governo sia il ricollocamento. Propongono solo dimissioni con buonuscita». «Senza contare i veri sprechi - aggiunge Alessandro -, come i 3 milioni di euro all’ex amministratore Marco Benedetto per cambiare mansione o la geniale idea di tenere al suo posto il direttore tecnico. Con tutti i tecnici licenziati».

Già, perché a salvarsi sono in pochi. I 5 giornalisti, sparsi nelle altre testate del Gruppo («loro faceva troppo brutto licenziarli»), i dirigenti colpevoli dello sfascio e - paradosso - otto persone tra marketing, ufficio stampa e palinsesti. Quei palinsesti ora riempiti solo di videoclip e videodediche. Otto su 37. Per gli altri 29 - che guadagnano in media 1.400 euro al mese, non certo uno sproposito -, l’ad Monica Mondardini (30mila euro al mese, secondo il Sole-24 ore) non ci sente. «Il Gruppo non cambia la sua filosofia, ma è cambiato il contesto». E quindi un gruppo di 3.340 dipendenti proprio non può assorbirne 29. È quel boccone che ti manda di traverso il pranzo. «Io voglio andare al corteo del 25 aprile - chiude il fonico Danilo, barba e capelli da metal -. Voglio chiedere a Dario Franceschini perché il suo “numero uno” ci manda tutti a casa». E forse qui sta l’arcano: sarà per questo che l’Ingegnere si è affrettato a smentire che la sua tessera Pd sia la numero uno. Lui è il numero uno solo di chi predica bene, razzola male e licenzia benissimo.