All’ultimo respiro

Che goduria, amici. Un godimento assoluto. Da far venire i lucciconi persino allo stagionato cronista. L’Italia e i parassiti, la magnifica Italia dei calciatori comuni, di Fabio Grosso, per esempio, oltre che di Del Piero e di Buffon, di Gattuso e del monumentale Pirlo, conquista la quinta finale di coppa del Mondo della sua storia. Una conquista storica. Perché avvenuta, qui in terra di Germania, al cospetto della nazionale di casa, sospinta dai 70mila e da un Paese intiero, dai 200mila arrivati a Dortmund per invadere le piazze. E invece spuntano questi piccoli eroi di un calcio pulito e onorevole e gliele suonano di santa ragione. Prima vengono respinti da un palo e da una traversa. Ma alla fine hanno ragione dei bianchi, all’ultimo respiro dei supplementari. La fatica, invece di togliere energie e precisione, è come se diventasse una specie di carburante. Mai visto Pirlo scattare così. E con lui tutti gli altri protagonisti di una notte da raccontare. L’Italia è in finale, arrivederci a Berlino, domenica notte. Ci sono molti che sognano a occhi aperti, non svegliateli, per carità. Uno di questi è Lippi.
Si capisce al volo che i tedeschi hanno il nervo scoperto. Al primo pallone messo fuori dagli azzurri, lo restituiscono secondo modalità scorrette, Kehl, l’autore del gesto di scarso fair-play, Totti lo riprende al volo. Klinsmann ha un’idea e la sviluppa senza indecisioni: bisogna tenere alla catena Zambrotta e così piazza Borowski, alto e biondo, dalla parte dello juventino che con l’Ucraina provocò scossoni alla difesa di Kiev. Nel gioco delle coppie e delle marcature, con Pirlo spostato sulla destra per evitare Ballack, atteso da Gattuso, si libera nello scacchiere bianco Kehl, di fatto il sostituto dello squalificato Frings. È un rischio calcolato: quando gli arriva il cuoio tra i piedi, il tiro o il tocco tradiscono approssimazione. Sul versante opposto, invece l’Italia di Lippi sfonda puntualmente a sinistra dove Grosso prepara un paio di blitz, uno dei quali impreziosito addirittura da un tunnel nei confronti di Friederich che balbetta. In quel valico s’infila meglio la Nazionale e da quella parte Totti e Perrotta confezionano l’intesa che può comportare qualche rischio per Lehmann. Ma il calabrese nato a Ashton invece di tirare in modo risoluto, quasi si emoziona davanti a Lehmann che può risolvere con un intervento banale.
L’Italia prende il pallino del gioco, lo governa a piacimento pur senza disporre del miglior Toni possibile, sguinzaglia Camoranesi a destra che mette a dura prova l’abilità di Lahm, abile nell’attaccare, molto meno nel difendere l’argine ma ottiene solo dalla marcata superiorità una striscia di angoli che Totti deposita docilmente tra i guantoni del portierone locale. Ecco, di Totti, dopo quel lancio al bacio per Perrotta, si recuperano notizie nel finale della prima frazione, è un merito indiretto il suo. Provoca (fallo da dietro) un giallo per Borowski. Nient’altro. L’unica occasione vera realizzata dalla Germania è un disimpegno mancato di Pirlo, contropiede veloce dei bianchi, palla a destra a Schneider, missile terra-aria che si alza di qualche centimetro appena sulla traversa di Buffon.
Appena si passa al secondo tempo il caldo umido si fa sentire nelle gambe e nell’arsura dimostrata a ogni interruzione, il «miedo iscenico» esercitato dallo stadio, 70mila che ti soffiano sul collo, è un fattore che scema col passare dei minuti. Dalla partenza in soggezione degli azzurri, si giunge alla disinvolta risposta, colpo su colpo. Gattuso, defilato davanti al portone centrale, recupera palloni preziosi, Materazzi rischia avventurose uscite fuori dal recinto, in difesa Cannavaro ha la supervisione e la esercita con il tempismo e la determinazione dei capitani doc. Quando sbaglia Materazzi, son dolori: Podolski lavora in area una palla buona, col difensore alle spalle, e tocca a Buffon, coi pugni, risolvere il contenzioso. Nei cambi, Klinsmann è un po’ più lesto del Marcellone nostro: il ct tedesco cambia Borowski svuotato di energie, il ct d’Italia richiama Toni che da venti minuti è con la bocca aperta per dare la chance a Gilardino, chiuso nelle ganasce di Metzelder. I tedeschi hanno qualche velleità agonistica, non limitano gli interventi neanche a metà campo, recuperano infatti un altro giallo (Metzelder) e si preparano a cambiare strategia. L’arbitro si attira qualche critica per una punizione fischiata a Cannavaro e piazzata sulla lunetta dell’area di rigore: il fallo è discutibile e comunque avviene in area. Sono gli incerti del mestiere, diamo per scontata la buona fede.
Ai supplementari si sbarca dopo il consiglio di guerra celebrato dinanzi alla panchina dei tedeschi. Tutti riuniti in circolo, parla Klinsmann, parla Ballack, ascoltato come un capo guerriero. Ma l’effetto è decisamente trascurabile. Perché tocca alla Nazionale di Lippi (nel frattempo Iaquinta a destra prende il posto di Camoranesi, ammonito e rintronato di fatica) mettere pressione ai padroni di casa e provocare un paio di brividi lungo la schiena di Lehmann. Il primo è merito di Gilardino: liberatosi in dribbling del suo secondino, in giravolta riesce a timbrare il palo, il secondo, a distanza di sessanta secondi, è merito di Zambrotta che dal limite scheggia la traversa. Un palo e una traversa: non gira per il verso giusto. A metà dei supplementari entra anche Del Piero, molti se lo aspettano al posto di Totti e invece esce Perrotta, spolpato a dovere. A questo punto l’Italia dei cavernicoli si schiera con un centravanti (Gilardino), due ali (Del Piero e Iaquinta) e un tre-quartista alle spalle. Il rischio è di farsi infilare in contropiede: come dimostra al gong del primo supplementare Podolski, rimasto libero di colpire di testa. Ha la mira sballata, per fortuna. Quando la stoccata è giusta, da finire sotto la traversa, provvede Buffon (minuto 111) a meritare gli applausi dei suoi e gli oh dei tedeschi. Lehmann non gli è da meno deviando una sventola di Pirlo, in angolo. Ma niente paura, è l’ora che volge al destino amico. Dall’angolo, Pirlo, insuperabile, pesca Grosso in area: il suo sinistro a girare è una specie di arcobaleno che ammutolisce lo stadio, un paese nero intero in ginocchio. Nell’ultimo alito, c’è il contropiede che Gilardino consegna a Del Piero per infiocchettare il 2 a 0 delle meraviglie. A Berlino, a Berlino, per la finale. I magnifici ragazzi di Lippi ci portano a Berlino.