All’Unità si insedia la direttora: avvio soft ma rivoluzione vicina

Concita De Gregorio salva la striscia rossa e annuncia una linea fedele al «quotidiano militante, d’opposizione e identitario». I travagli di Travaglio

da Roma

Mentre Marco Travaglio lamentava la fine della «splendida avventura», ieri mattina è cominciata quella di Concita De Gregorio. Destini che resteranno in parallelo, visto che la nuova direttora dell’Unità ha chiesto (e pare ottenuto) che la firma di spicco dei girotondini continui a scrivere per il giornale che lo ospita (Travaglio scrive «sopporta») da sei anni.
Un ingresso volutamente soft, quello della De Gregorio nella sede abbastanza malmessa di via Benaglia (l’editore Soru ha concesso tosto mandato per cercarne una più consona). Intorno alle 11 le prime presentazioni, una mezz’ora dopo la riunione di redazione affollata come non mai: attorno al tavolo rettangolare capiredattori e capiservizio, addossati alle pareti e seduti per terra molti redattori, attratti dalla curiosità. Qualcuno atterrito dalle novità. Ma la bionda ex inviata di Repubblica ha trovato toni giusti e toccato corde seducenti. Vestita con un grazioso abitino nero, un po’ intimidita dalla sfida e dall’accoglienza non del tutto calorosa di parte della redazione, la De Gregorio ha molto ascoltato, all’inizio. Poi, poco alla volta, è intervenuta spesso e puntualmente. Molti dei presenti non hanno tardato a capire che di «rivoluzione» si tratterà, anche se in guanti di velluto. Non rosa, ché Concita ha subito precisato: «La mia Unità non sarà color pastello, la striscia rossa resterà».
Il sospirone di sollievo è durato lo spazio di pochi istanti. Per nulla intenerita dai fiori fatti trovare dallo spodestato Antonio Padellaro e dall’amministratore Poidomani, la De Gregorio ha confermato i primi due innesti: Giovanni Maria Bellu e Daniela Amenta. Dopo la presentazione del piano editoriale, all’inizio di settembre, comincerà invece il tourbillon delle poltrone, così da capire chi si adatta al nuovo corso e di quante «risorse esterne» ci sarà bisogno. Non sarà la «normalizzazione» voluta da Veltroni, almeno nei primi tempi («quel che avete letto sono tutte cazzate», ha spiegato la direttora). Il quotidiano resterà «militante, d’opposizione, fortemente identitario... Non voglio tagliar fuori nessuno né tradire la storia del giornale, bensì aprirlo a nuove voci». Come ha ribadito al Tg3, la De Gregorio vorrebbe che l’Unità torni a essere «la casa della sinistra, dove ci sia posto per chi c’è stato finora e per chi non c’era prima».
La rassicurazione principale è per Travaglio, cui Padellaro ha affidato il compito di dare il «benvenuto» alla direttora. Salvando la forma nei confronti della nuova arrivata, l’icona del popolo dipietrista ha ripercorso la storia ultima del glorioso giornale fondato da Gramsci. Una storia nella quale la parte del cattivo è interpretata da Walter Veltroni, deciso a «riconsegnare il giornale al partito che l’aveva ucciso» e a farla pagare al trio Colombo-Padellaro-Travaglio. Un Veltroni pronto a passare su qualsiasi cadavere, figurarsi quello del povero Padellaro. Senza che il giornale appartenesse né a lui né al suo partito, accusa Travaglio, il leader pd in un’intervista «auspicava un direttore donna, cioè il licenziamento di Padellaro (che purtroppo è maschio)». Ragionamento accattivante per i lettori di Travaglio. Che ritiene di essere stato, con la sua rubrica antiberlusconiana «Bananas», la causa principale del licenziamento di Padellaro. Troppa grazia, pover’Antonio.