Allargamento Nato: Francia e Germania bocciano gli Usa

Merkel, Sarkozy e altri leader europei mettono l’America in minoranza sull’ingresso di Georgia e Ucraina

Vade retro Georgia e Ucraina. Si allontana per le due Repubbliche ex sovietiche il miraggio di un ingresso nella Nato e persino quello nel Map, il Membership Action Plan, l'anticamera per un successivo ingresso a pieno titolo nell'Alleanza Atlantica. Il pressing degli Stati Uniti e dello stesso presidente George W. Bush, che ha voluto fare scalo a Kiev per incontrare il presidente ucraino Victor Yushchenko prima di raggiungere Bucarest per il vertice Nato, non è servito.
Tutti si attendevano che fosse Vladimir Putin, ospite scomodo in Romania, ad alzare i toni e a cercare di imporre un veto all'ingresso dei due Paesi. La Russia aveva detto a chiare lettere di considerare anche un mero avvicinamento di Georgia e Ucraina all’Alleanza Atlantica come una provocazione e una minaccia alla propria sicurezza. Al che Bush aveva già replicato che la Russia non aveva alcun diritto di veto sulla questione. E invece a fare la parte dei guastafeste sono stati i soci europei della Nato, con la Germania e la Francia a guidare il partito del «non ci sto» tra i 26 membri. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha detto chiaramente che non è opportuno aprire le porte ai due candidati fortissimamente sostenuti dagli Stati Uniti, perché questi Paesi hanno una situazione interna delicata e un contenzioso in atto con la Russia. Il primo ministro francese François Fillon ha affermato la contrarietà della Francia a un ingresso di Ucraina e Georgia nel Map perché «altererebbe i rapporti di forze in Europa nonché gli equilibri tra Europa e Russia». Fillon ha aggiunto che questa è la posizione che il presidente Nicolas Sarkozy presenterà ai 60 capi di Stato e di governo riuniti in Romania.
In realtà gli Usa hanno voluto forzare la mano, in genere negli ambienti Nato si evitano spaccature così evidenti. Quando manca il consenso (la Nato decide all'unanimità) si preferisce non arrivare «alla conta». In questo caso poi erano in molti, compresa la stessa Gran Bretagna, a mostrare scetticismo sulla opportunità di dare uno schiaffo alla Russia e, soprattutto, di portarsi in casa i problemi interni e i contenziosi internazionali dei due Paesi sponsorizzati da Washington e sostenuti anche dalle Repubbliche baltiche e dai membri Nato dell'Europa orientale. E la linea del presidente georgiano Mikhail Shakashvili, incentrata sullo slogan «non lasciamo ai russi il potere di veto sulle scelte Nato», è crollata, visto che a opporsi sono più che altro gli europei.
Putin può godersi il successo senza neanche bisogno di ricorrere alle frasi a effetto in stile guerra fredda e senza andare allo scontro. Anzi, può godersi i ringraziamenti di Stati Uniti e Nato per aver accettato di far transitare sul territorio e nello spazio aereo russo i rifornimenti, i convogli, i velivoli Nato diretti in Afghanistan. Una mossa ben studiata, visto che in caso di mancanza di collaborazione di Mosca non sarebbero mancate le alternative.
E così il vertice di Bucarest si apre mentre i diplomatici stanno cercando di mettere a punto una formula che consenta di non scontentare troppo chi ha perso il braccio di ferro, a partire dai candidati respinti. La Georgia non ci sta e per ora rifiuta qualunque «contentino». E fa male, perché le cose possono cambiare nel giro di pochi anni.
In fin dei conti la Nato ha fatto bene a chiudere, senza peraltro sbattere, la porta, perché non c'è nessun motivo o esigenza strategica per creare nuovi motivi di scontro con la Russia o finir coinvolti nelle instabilità altrui senza ottenere in cambio alcun reale vantaggio per la sicurezza collettiva. Che è il cardine che giustifica l'esistenza della Nato. Non basta certo che i nuovi membri promettano qualche centinaio di soldati per l'Afghanistan per cambiare la valutazione, anche se la Nato rimane assurdamente incapace di far fronte alle necessità militari del conflitto afghano.