«Allarme per azioni kamikaze. Più elicotteri per proteggerci»

Parla il generale Satta, comandante della missione Nato nella zona occidentale: livello di guardia alto

Kabul - Veterano del Libano, della Somalia, del Kosovo e dell’Irak, Antonio Satta è il generale giusto per affrontare i talebani, che stanno rialzando la testa a sud di Herat. Sardo, classe 1956, ex comandante dei paracadutisti della brigata Folgore, si è anche specializzato in diritto umanitario, peacebuilding e gestione costruttiva dei conflitti. Dallo scorso anno guida il settore ovest della missione Nato in Afghanistan dal suo quartier generale di Herat.
Generale, può spiegarci cosa è accaduto a Farah e se il nuovo attacco agli italiani fa parte di un’escalation contro le nostre truppe?
«L’evento è avvenuto a poca distanza da dove, alcuni giorni fa, si era registrato un attacco nei confronti di un’altra pattuglia italiana. Nello specifico, si tratterebbe di un ordigno esplosivo a pressione, collocato su una rotabile secondaria. Fortunatamente le caratteristiche di blindatura del mezzo hanno consentito un’adeguata protezione al personale che non ha riportato alcun danno. Purtroppo, non è la prima volta che ordigni simili vengono posizionati all’interno della nostra Regione (che comprende 4 province afghane, ndr) e costituiscono sempre un forte rischio da tenere costantemente in conto. Pertanto, non ritengo che l’evento specifico costituisca l’indicatore di un’ulteriore escalation».
Ci può spiegare cosa stanno facendo i militari italiani nella provincia di Farah, che confina con le zone «calde» del sud?
«Con l’intensificarsi delle attività nella zona sud (l’offensiva della Nato contro i talebani, ndr) esercitiamo con maggiore continuità il controllo del territorio. Lo scopo è mantenere le condizioni di sicurezza, raggiunte con difficoltà, per evitare che si possano verificare infiltrazioni di elementi ostili».
I talebani hanno delle roccheforti nell’area di Farah, come nelle province del sud al confine con il Pakistan?
«Roccheforti non direi, ma c’è una presenza di elementi talebani che cercano di condurre azioni, per ora isolate, puntando su alcune aree come il distretto di Bakwa. Tentano soprattutto di colpire le forze afghane che vengono ritenute un po’ più deboli».
I soldati italiani combattono al fianco di quelli afghani?
«Il compito di Isaf è quello di appoggiare le forze di sicurezza afghane. Gli italiani comunque non sono stati coinvolti direttamente in combattimenti a parte l’ultimo episodio in cui è rimasto leggermente ferito un militare (sergente Davide Bernardin, colpito da un proiettile al braccio il 20 marzo, ndr)».
Secondo lei la guerriglia avanza verso Herat, come ha detto il ministro degli Esteri D’Alema?
«Non ritengo che la guerriglia si stia espandendo in tempi brevi verso Herat. Il livello di guardia è elevato, ma la nostra missione procede senza sosta».
È vero che sono stati emanati dei «warning» su imminenti attentati suicidi?
«Se parliamo di allarmi riguardanti possibili attacchi kamikaze devo dire che ce ne sono, ma non rappresentano una novità».
Oltre agli aerei senza pilota Predator, che stanno arrivando, cosa sarebbe veramente utile per la missione nell’Afghanistan occidentale?
«Se ci fosse la possibilità di aggiungere qualcos’altro ritengo che un contributo potrebbe essere fornito dagli elicotteri. Usare il termine d’attacco può essere fuorviante, ma sarebbero utili degli elicotteri che mi consentano una maggiore sorveglianza dal cielo e quindi una maggiore protezione».
I Predator, che servono anche per individuare le sacche dei talebani, potranno venire impiegati al di fuori del settore italiano, nelle aree meridionali più «calde»?
«La valutazione spetterà al comandante Nato (il generale americano Dan K. McNeill da poco insediato a Kabul, ndr). Teoricamente Isaf potrebbe impiegarli anche all’esterno del nostro settore. Quando diventeranno operativi affronteremo i dettagli. In ogni caso, anche se dovessero monitorare un’area al di fuori del settore ovest stiamo parlando di velivoli senza pilota e ovviamente senza armamento».