Allarme bomba a Times Square: New York riscopre il terrore

Torna l’incubo: un furgone sospetto scatena il panico. Evacuato il
Nasdaq Bufera sulla Cia: sapeva della minaccia del nigeriano, ma non
intervenne

La psicosi, la suggestione. Forse solo l’ansia ingigantita - a ripensarci, col senno di poi - dal soffio che c’è mancato, il giorno di Natale, perché 278 persone saltassero in aria, dove già erano, sul volo Delta per Detroit. Sta di fatto che ieri, per due ore, siamo rimasti di nuovo col fiato sospeso, come se da un momento all’altro dovesse andare in scena una brutta replica. Prima la notizia, che poi notizia non era, del «pacco bomba» a New York, nella cruciale Times Square, a Broadway. Poi quella che un emulo, anzi un precursore del nigeriano arrestato a Natale ci aveva provato, anche lui con una sorta di «mutanda incendiaria», imbarcandosi su un aereo a Mogadiscio, in Somalia. Infine la notizia del fermo, a Detroit, di un presunto complice del mancato attentatore di Natale. Un sospetto che acquista concretezza, e cioè che «in sonno» e forse neanche tanto in sonno, in America, ci sono cellule, fiancheggiatori, complici di kamikaze in arrivo dall’esterno.
È cominciata col furgone, un anonimo Dodge bianco parcheggiato da un paio di giorni tra la Quarantaduesima e Broadway. Un furgone come tanti, ma chissà perché a un certo punto si è sparsa la voce che lì dentro, dietro quei finestrini fumè potesse esserci dell’esplosivo. Tanto esplosivo, naturalmente; così tanto, diceva la voce, rincorrendosi e turbinando nel cuore di Manhattan come una tromba d’aria, da far saltare anche il vicino edificio del Nasdaq, la Borsa dei titoli tecnologici. E dunque polizia, transenne, panico, e telecamere, e artificieri, e cani antibomba, e folle di curiosi che per più di un’ora hanno circondato Times Square, dopo che la piazza medesima, e il Nasdaq, erano stati evacuati per sicurezza. Di esplosivo, però, nessuna traccia. Il sollievo è durato giusto il tempo di sapere che Umar Faruk Abdulmutallab, l’aspirante kamikaze, potrebbe aver avuto un complice «americano».
Di questa storia non si sa molto, se non che c’è un arresto, a Detroit. Un’ombra, per ora, o poco più: un uomo di mezza età, vestito in maniera elegante, visto in manette dopo la segnalazione di un cane antibomba. Un tipo che avrebbe aiutato Abdulmutallab a imbarcarsi sul volo ad Amsterdam senza mostrare il passaporto. Un altro abbaglio? Forse. Però la tensione è tornata a impennarsi.
Da Detroit a Mogadiscio, dove il 13 novembre - ma si è saputo ieri, nelle due ore in cui la tensione era già bella alta - un uomo è stato bloccato mentre cercava di salire a bordo di un aereo della compagnia della Delta Airlines diretto a Dubai, negli Emirati, dopo le soste di Hargeisa e Gibuti.
È la connection somalo yemenita: quella che (essendo la Somalia una roccaforte dei miliziani islamici Shebaab, legati ad Al Qaida) potrebbe svelare nuovi, più inquietanti sviluppi del complotto che nel giorno più sacro ai «crociati» cristiani, il giorno di Natale, doveva rifilare una sanguinosa rasoiata all’Occidente. E tutto questo mentre si scopre che la Cia, che pure aveva messo nel mirino il nigeriano Abdulmutallab fin dal novembre scorso non solo non fece nulla per fermarlo, ma tacque anche con le autorità yemenite (ora piuttosto seccate per essere state tenute all’oscuro).