Allarme da Bruxelles: «In Italia crescita a rischio»

Draghi: «Diplomati e laureati sono ancora troppo pochi Così non si agevola l’ingresso nel mondo del lavoro»

Gian Battista Bozzo

da Roma

L’Italia ha «seri problemi» di crescita economica, nonostante il rimbalzo del 2006. Lo dicono in contemporanea, a Budapest ed a Roma, l’eurocommissario Joaquin Almunia e il governatore di Bankitalia Mario Draghi. E il rimbalzo di quest’anno, aggiunge Draghi, non è sufficiente a risolvere il problemi strutturali di crescita del Paese.
Un’analisi, quella del governatore, che trova eco a Budapest, dove il commissario agli Affari economici Joaquin Almunia non è tenero con il nostro Paese: l’Italia, dice, ha «seri problemi» e «un potenziale molto basso di crescita, le cui conseguenze vengono discusse apertamente ogni giorno». Frasi che contraddicono le dichiarazioni d’ottimismo del nostro governo, pronunciata dopo la presentazione del rapporto della Commissione sull’economia dei Venticinque. Fra la crescita media europea e l’Italia c’è, all’incirca, un punto percentuale di differenza: 2,6% contro 1,7% quest’anno; 2,4% contro 1,4% nel 2008.
Dalla metà degli anni Novanta, spiega il governatore di Bankitalia, l’Italia «vive una crisi di crescita e di competitività» a causa della scarsa produttività del lavoro, che aumenta meno della media dei Paesi Ocse. «Nessuno dovrebbe ormai aver dubbi sull’urgenza di rimettere in moto la crescita», aggiunge, mettendo in chiaro che la ripresa congiunturale di quest’anno non è sufficiente ad assicurare una crescita economica di tipo strutturale.
Draghi interviene all’Università La Sapienza di Roma, dove è stato studente d’Economia alla fine degli anni Sessanta e dove si è laureato con una tesi «in cui - ammette suscitando molti sorrisi fra il pubblico (compreso l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi) - ritenevo l’unione monetaria europea una follia, una cosa da non fare assolutamente». Quindi parla della congiuntura. «Il vivace spunto di ripresa a cui stiamo assistendo - spiega - non è certo sufficiente ad avviare una rapida soluzione dei difetti strutturali del sistema produttivo italiano». Uno dei motori della crescita dovrebbe essere, secondo il governatore di Bankitalia, l’istruzione. La partecipazione al lavoro nel nostro Paese (rapporto fra popolazione e occupati) è ancora molto bassa rispetto alla media europea, soprattutto per quanto riguarda le donne, i giovani, le persone in età avanzata. Nei Paesi Ocse, il tasso d’occupazione medio dei maschi laureati è di 15 punti superiore a chi ha il solo diploma di scuola secondaria inferiore; fra le donne il divario raddoppia a 30 punti. «Un aumento dell’istruzione media della popolazione - osserva Draghi - è condizione necessaria per l’incremento della partecipazione al lavoro, e per una ripresa della crescita della produttività».
Nel nostro Paese, dice Draghi, ci sono pochi diplomati e soprattutto pochi laureati, dodici punti percentuali in meno della media Ocse. Il deficit di istruzione nel nostro Paese, dice ancora il governatore della Banca d’Italia, non è dovuto a un presunto ammontare inadeguato delle risorse destinate a scuola e università. Anzi, aggiunge, la spesa per studente sia nella scuola dell’obligo sia nella secondaria è più elevata della media Ocse, «a causa del più elevato rapporto fra docenti e studenti».
Draghi giudica «non lungimirante» la scelta di destinare maggiori risorse alla scuola elementare e media, a scapito dell’istruzione «post secondaria». E critica la scelta di troppi studenti di iscriversi nelle facoltà umanistiche e sociali, a scapito di quelle scientifiche. Scelte che derivano in parte dalle «elevate rendite di cui godono alcune professioni, che distorcono le scelte delle famiglie», e in parte dal fatto che «da parte delle imprese c’è una domanda insufficiente di qualifiche tecnico-scientifiche elevate».