Allarme del centrodestra: con la Festa del lavoro prove di regime in piazza

L’«Osservatore Romano»: inaccettabili i brutti risvolti dei cortei nelle città italiane. E l’Unione si divide sui fischi a Moratti e Buttiglione

Emanuela Fontana

da Roma

Prendere le distanze dai cori oltraggiosi contro i militari di Nassirya non è un pezzo forte del repertorio della nuova maggioranza di governo. Così, il giorno dopo la festa dei lavoratori in cui sono stati contestati a Milano la candidata sindaco Letizia Moratti e a Torino Rocco Buttiglione, ed è tornato lo slogan «Una, cento, mille Nassirya», in tanti, nella nuova opposizione, si chiedono perché le feste nazionali siano diventate «feste di regime», mentre Romano Prodi da alcuni giorni viene accusato, anche da giornali «amici», di essere troppo accomodante nei confronti della sinistra estrema, verso la quale sarebbe necessaria una ben più netta condanna. Condanna arrivata invece per la seconda volta in una settimana dall’Osservatore Romano, foglio della Santa Sede, che ha titolato: «Inaccettabili strumentalizzazioni della grande festa dei lavoratori», sottolineando i «due brutti risvolti» del Primo maggio. «Ancora una volta - accusa il quotidiano d’Oltretevere - una manifestazione di popolo è stata dunque strumentalizzata in modo grave e inaccettabile, sia in piazza dai contestatori, sia successivamente in alcuni commenti a quanto accaduto».
Prodi il Primo maggio aveva espresso un disappunto, ma accennato, sulle contestazioni all’ex ministro dell’Educazione: «Già ho espresso la mia indignazione quando è accaduto l'altro giorno. Non posso che essere ancora indignato», aveva detto.
«Certe date» vengono festeggiate da qualcuno «come se ci fosse stata in Italia una rivoluzione comunista interrotta ma che un un giorno bisognerà riprendere - osserva Rocco Buttiglione -. Il Primo maggio è festa dei lavoratori e non solo di qualcuno». Il Primo maggio non è la festa «di chi sventola una bandiera rossa con falce e martello o ha in tasca una tessera dei sindacati di regime», provoca il leghista Roberto Calderoli, che invita Bruno Ferrante a «dimettersi da candidato sindaco di Milano». La lettera dell’ex prefetto al Corriere della Sera con cui spiega le ragioni delle sue critiche a Letizia Moratti è «degna di un ufficiale della Santa Inquisizione», scrive la Voce Repubblicana.
E il viceresponsabile enti locali di Forza Italia, Osvaldo Napoli, si dice «preoccupato per le prove di regime mandate in onda su alcune piazze italiane con la compiacenza della terza carica dello Stato e avverte che a gridare contro Moratti e Buttiglione non erano «pochi facinorosi», come «liquida il minimalismo del centrosinistra», ma «uomini e donne normali, non ragazzi dei centri sociali».
Quei fischi se li meritavano, risponde invece il coordinatore dei Verdi Paolo Cento, che non condanna nulla: «I fischi alla Moratti, come quelli a Berlusconi, sono la conseguenza di ciò che ha fatto il governo della Cdl, creando divisioni nel Paese». «I problemi di Milano non si riducono solo a questo», minimizza l’europarlamentare del Pdci Marco Rizzo.
Ma la sinistra non è tutta d’accordo, anzi. Il Riformista, quotidiano vicino alla Margherita, pubblica oggi un appello per «salvare il compagno Rosati», il segretario milanese della Cgil Onorio Rosati, che ha invitato Letizia Moratti ai festeggiamenti meneghini del Primo maggio: «Il segretario della Camera del Lavoro di Milano è per noi l'icona riformista della nuova era post-berlusconiana - è scritto nell'editoriale -. È stato sconfessato dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani e gli adepti al futuro Partito democratico, autoproclamatosi riformista, non hanno speso una parola per il loro compagno Onorio».
È tornato sull’intolleranza di una buona parte della sinistra anche il presidente della Lombardia e senatore eletto Roberto Formigoni: «Questi signori che rappresentano una parte percentualmente importante della sinistra non sanno rispettare i propri avversari - riflette il governatore -. Il voto estremista è almeno il 15 per cento complessivo dei votanti e conta, nella coalizione di Prodi, oltre il 30 per cento».