Allarme a Chinatown: un reato ogni due minuti

I residenti: «Sì all’integrazione, ma serve più equilibrio per l’offerta commerciale» L’assessore Predolin: «La soluzione è convincere i cinesi a vivere anche in periferia»

Gianandrea Zagato

È il quadrilatero delle infrazioni, con epicentro in Paolo Sarpi. Una violazione ogni centoventitré secondi. Che, sorpresa, non è però sanzionata. Già, i ghisa non si fanno vedere a Chinatown. Assenti ingiustificati, dicono quelli di ViviSarpi: «Ma all’appello non manca solo la polizia municipale. Qui non si vede né la polizia né la guardia di finanza e neppure i vigili del fuoco. Eppure, per loro, in queste strade, di lavoro ce n’è in abbondanza».
Virgolettato di chi si sente straniero a casa sua. E che, ora, reclama il rispetto delle regole: «Chiediamo di ridare una nuova vita al quartiere ormai annientato dal degrado e dall’illegalità, dal traffico insostenibile e dalla rarefazione dei servizi per i residenti». Pretesa indirizzata alle «forze di governo della città» e agli «enti preposti» che, denuncia l’associazione ViviSarpi, «brillano per assenza». Tesi sostenuta con un dossier di quarantaquattro pagine: libro bianco degli ultimi setti anni del quartiere «in cui il tessuto socio-economico è stato progressivamente stravolto nell’indifferenza delle forze di governo della città».
Traduzione in immagini contrassegnante dall’invasione di ogni spazio, quasi parossistica da tipica operosità orientale: alle dieci del mattino come alle 7 di sera sei-furgoncini-sei bloccano un jumbo tram, un paio di station wagon stracariche stazionano sui passi carrai e, last but not least, pile di scatolini fanno bella mostra di sé all’angolo di ogni strada o fuori da ogni negozio.
Fotografia del degrado che avanza e della legge Bersani inapplicata ma pure «del Comune che non ha approvato alcun progetto per il quartiere e che, concretamente, ha fatto divenire via Paolo Sarpi e Canonica un mercato all’ingrosso a cielo aperto» dice Pierfranco Lionetto, presidente di ViviSarpi. Denuncia con la speranza che «Palazzo Marino metta, finalmente, mano al groviglio di problemi che sta uccidendo il quartiere» dove «alla sopraffazione di uomini, donne e anziani data dall’incalzare del trasporto di merci all’ingrosso, si sostituisca una vita meno frenetica e sostenibile».
Aggettivo, quest’ultimo, che, è stato cancellato dai vocabolari dei residenti: «Viviamo come prigionieri», «Siamo sfrattati in casa» ovvero leit motiv dei trecento che, alle dodici in punto, affollano l’aula magna del Tenca per dire «stop a Chinatown». Parola d’ordine che ViviSarpi declina nel nome «di quell’integrazione necessaria» perché «si venga a ricreare un’offerta commerciale equilibrata e diventi realmente operativo il tavolo di coordinamento istituzionale». Scommessa che Roberto Predolin fa sapere di raccogliere, «tenendo però presente che sono regolari le licenze di quei duecentocinquanta e passa negozi all’ingrosso gestiti dai cinesi». «La soluzione sta nella capacità di convincere quella comunità a spalmarsi nelle zone periferiche di Milano» sostiene l’assessore al Commercio che, tra l’altro, «smentisce» l’affermazione che, a Chinatown, non esisterebbero «controlli»: «Anzi, molti di questi commercianti sono pronti a lasciare il quartiere perché sentono sul collo il fiato delle verifiche igienico-sanitarie e fiscali a cui sono stati sottoposti».
Strada in salita, quella della delocalizzazione, che, naturalmente, non ha «nessuna volontà di criminalizzare la comunità cinese» ma «di garantire, invece, un giusto mix per migliorare la qualità della vita del quartiere e, di conseguenza, del dialogo tra le varie anime delle strade oggi selvaggiamente invase dalle attività commerciali dei cinesi». Chiosa finale del comitato di quartiere che, da ieri, ha un tavolo di confronto: quello approvato all’unanimità dal consiglio comunale.
Primo passo per ridare dignità e legalità al quadrilatero dove «l’unica certezza è che le infrazioni degli occhi a mandorla non sono mai ma proprio mai multate».
gianandrea.zagato@ilgiornale.it