Allarme debito, ma c’è poco da privatizzare

da Roma

È quasi accorato il richiamo di Mario Draghi sul livello del debito pubblico. Ogni cittadino italiano ha un debito personale di 27mila euro pro capite, ricorda il governatore.
Ed un motivo c’è. Com’è nel suo stile, Draghi elenca numeri per segnalare un problema. «In 30 anni, l’incidenza del debito sul prodotto è salita dal 32% del 1964 al 121% del 1994. Tra il 1994 ed il 2004 è scesa di 18 punti; da allora è tornata ad aumentare. Senza vendite di attività e operazioni di ristrutturazione del passivo, oggi il rapporto fra debito e prodotto sarebbe circa lo stesso del 1994».
Insomma, il governatore ricorda che solo grazie alle privatizzazioni ed alle cartolarizzazioni è stato possibile ridurre il debito: non certo con i livelli di avanzo primario registrati finora. E qui è contenuto l’allarme implicito di Mario Draghi e contenuto in documenti più o meno riservati della Commissione europea.
L’Italia, pur avendo uno stato patrimoniale ben maggiore al livello del debito sul pil, non ha più asset da vendere: non certo con i valori del passato. In altre parole, non si può ripetere il fenomeno che nel decennio 1994-2004 permise la riduzione del debito. Senz’altro non si può ripetere con quelle dimensioni che ridussero il peso del debito sull’economia.
Ne consegue che per ridurre il debito - è il ragionamento del governatore - non si può ripetere la «scorciatoia» delle privatizzazioni. E qui è contenuta la denuncia reale lanciata da Draghi. Un avvertimento più volte segnalato dalla Commissione europea che, proprio per la mancanza di asset da privatizzare, si dice preoccupata dal livello del debito; e dalla sua capacità a scendere. È per queste ragioni che Joaquin Almunia torna a ripetere che senza una riforma strutturale delle spese, a partire da quelle delle pensioni, la «sostenibilità dei conti italiani è a rischio».
Tesi condivise dal governatore. «Un debito elevato vincola le politiche pubbliche», ricorda il governatore. «Richiede imposte più alte; riduce le risorse per gli investimenti, per la spesa sociale». Con un rischio in più. «Con il rialzo dei tassi, benché tuttora molto contenuto, la spesa per interessi tende di nuovo ad aumentare. Essa è già pari alla spesa per l’istruzione pubblica, ai due terzi della spesa per la sanità».
Di fronte a questo quadro, l’appello accorato del governatore che utilizza un vocabolario già usato da Carlo Azeglio Ciampi con il «sta in noi». «A noi la scelta se abbattere il peso del debito nei prossimi dieci anni o aspettare: accettando però profondi profondi cambiamenti nel sostegno che la società sarà in grado di assicurare ai più deboli».