Allarme dei petrolieri: «In Italia a rischio 7.500 posti di lavoro»

«Non siamo più la gallina dalle uova d’oro»: così il presidente dell’Unione petrolifera, Pasquale De Vita, fa crollare il mito dell’ultimo settore considerato immune dalla crisi. E addirittura chiede l’aiuto del governo per salvare l’occupazione, minacciata dal taglio di 7.500 posti di lavoro. Numeri che contrastano in modo stridente, almeno all’apparenza, con quelli, tutti in salita, della bolletta energetica: calata, è vero, a 41,4 miliardi, 18 in meno rispetto al 2008, ma destinata comunque a salire a 47,5 nel 2010. Un paradosso che si spiega, secondo i petrolieri, cambiando l’angolo visuale: più che guardare alle vendite di carburante - anche se indubbiamente la crisi ha imposto un ridimensionamento dei consumi -, bisogna preoccuparsi del livello più a monte, ovvero le raffinerie. In Italia ce ne sono quattro o cinque di troppo, quindi destinate a chiudere, afferma senza mezzi termini il Consuntivo 2009 dell’Up. Che fa anche i nomi: Livorno e Pantano in cerca di compratori, Falconara che ha 92 esuberi, Taranto e Gela dove l’attività è addirittura ferma, sia pure provvisoriamente.
A rendere superfluo un quarto dei 16 impianti presenti nel nostro Paese - ognuno dei quali impiega, con l’indotto, 1.500 persone - è certamente il calo della domanda mondiale, che nel 2009 è scesa dell’1,5%. Ma è cambiato soprattutto l’assetto geopolitico del mercato: se i Paesi Ocse accusano un freno del 4,4% a livello di domanda, quelli non Ocse registrano un aumento del 2%. «Indicativo dei nuovi equilibri attuali è il fatto che, a livello di singole aree, gli Stati Uniti sono stati il Paese in cui la frenata della domanda è stata più rilevante (-4%), mentre la Cina quello in cui l’aumento è stato maggiore (+7,2%)», spiega De Vita. Ma le raffinerie cinesi godono di particolari sovvenzioni statali, che ne fanno dei «concorrenti sleali» di quelle italiane: per non parlare, aggiunge De Vita, di quelle dei Paesi mediorientali, dove «i costi sono più bassi e non bisogna rispettare obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti».
Risultato: «Negli ultimi cinque anni - ha detto il presidente dell’Up - il sistema di raffinazione ha perso 15 milioni di tonnellate, da 85-90 circa: e ne perderemo un’altra decina di milioni se saranno applicate le regole 20-20-20», ovvero il taglio delle emissioni del 20% e l’aumento dell’efficienza energetica del 20% previsti entro il 2020.
Sul fronte del cosiddetto downstream (raffinazione-distribuzione) il 2009, dunque, si chiuderà per le compagnie con perdite per oltre un miliardo di euro. «Eppure il nostro viene rappresentato come un settore ricco - affermano i petrolieri - sul quale è sempre possibile attingere a piene mani per le più svariate esigenze e al quale attribuire comportamenti speculativi e non concorrenziali. A tali voci, alimentate artificiosamente dalle associazioni dei consumatori in cerca di facile consenso senza alcuna intenzione di verificare il reale andamento dei dati, spesso si uniscono rappresentanti governativi e dello stesso ministero dello sviluppo economico che invece dovrebbero avere maggiore consapevolezza della effettiva situazione del settore».
Dopo essersi tolto più di un sassolino dalla scarpa, i petrolieri passano alle richieste: regole più semplici e adeguate a quelle adottate negli altri Paesi, ma anche sostegno in caso di chiusura perché, ha spiegato De Vita, «le bonifiche hanno costi altissimi: di questo dovremo parlare». Ma i sindacati non si lasciano convincere. «Abbiamo tecnologie migliori degli altri, situazioni produttive di maggiore rendimento degli impianti: le condizioni per andare avanti ci sono» afferma Paolo Carcassi (Uil), mentre per Luigi Ulgiati (Ugl) parlare di chiusura senza un confronto preventivo è «inammissibile». E i gestori suggeriscono una strategia alternativa: contrastare l’emergenza con il rilancio dei consumi, da ottenere - spiega Martino Landi (Faib-Confesercenti) - attraverso il taglio dei prezzi dei carburanti di 5-6 centesimi.