Allarme dei vescovi: «Cristiani perseguitati nei Paesi musulmani»

Gian Micalessin

La persecuzione, la fuga, il continuo calo demografico dei cristiani nelle terre del Medio Oriente, ma anche la tragedia dei cristiani arrivativi per fuggire le disgrazie del continente africano. Il tema fa irruzione nelle sale del Sinodo, in corso al Vaticano, grazie alla denuncia e al grido d'allarme lanciato dall'arcivescovo di Addis Abeba, mons. Berhaneyesus Souraphiel.
La denuncia si focalizza, questa volta, sulle vicende degli esuli cristiani arrivati per cercar lavoro nei Paesi mediorientali. Quel dramma, esposto non a caso da un vescovo etiope, riguarda soprattutto i cristiani africani in fuga da fame, guerre e carestie. A questi cristiani in cambio di un lavoro o della semplice accoglienza viene negato il diritto alla comunione, alla messa e talvolta vengono persino imposti il ripudio della fede e la conversione all'Islam. Insomma una nuova istantanea, a tinte assai fosche, della persecuzione a cui sono soggetti i cristiani in alcune nazioni islamiche.
«I nostri esuli cercano sistemazione in questi Paesi musulmani spinti dalla povertà, ma anche dalla consapevolezza che le porte delle altre nazioni cristiane sono sbarrate. Tutti conoscono le storie di molti cristiani africani morti attraversando il deserto del Sahara o annegati nel Mediterraneo per aver tentato di raggiungere le nazioni cristiane dell'Europa o dell'America. È la povertà - ha denunciato monsignor Souraphiel - che li costringe a disfarsi del loro retaggio cristiano, della loro cultura cristiana e perfino della loro dignità umana».
Monsignor Souraphiel nella sua denuncia non esita a mettere alla gogna il ricco Occidente, colpevole di spingere molti cristiani poveri delle sue terre a scegliere la strada dei Paesi musulmani per il divieto d'accesso eretto davanti alle «porte delle altre nazioni cristiane».
«Venir accolti in terra musulmana - come ha ricordato il prelato etiope - significa molto spesso dover nascondere la propria fede, talvolta rinunciarci, talvolta rinnegarla». Fra le principali vittime di queste vessazioni l'arcivescovo ricorda le centinaia di migliaia di cristiani dell'Eritrea e dell'Etiopia costretti ad andar a lavorare in Arabia Saudita, nello Yemen, negli Stati del Golfo ed in altri Paesi a maggioranza musulmana. «Prima di attraversare le frontiere di questi Paesi musulmani e venirvi accolti - ha raccontato monsignor Souraphiel - sono costretti a cambiare il nome cristiano in un nome musulmano mentre le donne devono vestire secondo i costumi musulmani. Una volta giunti a destinazione, vengono privati dei passaporti e sottoposti a ogni tipo di abuso e di oppressione. In questa situazione, molti sono costretti ad abbracciare la religione islamica».