Allarme per i caschi blu italiani rafforzate le misure di sicurezza

Il sottosegretario Forcieri ammette: missione sempre più «lunga e rischiosa»

Anna Maria Greco

da Roma

Lo stato d’allerta in Libano è aumentato, dopo l’assassinio del ministro dell’Industria Pierre Gemayel, e il governo italiano rafforza le misure di protezione per i 2.200 militari della missione Leonte, che si prospetta sempre più «lunga, impegnativa e rischiosa». Lo spiega il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri, che all’audizione delle commissioni Difesa ed Esteri della Camera sostituisce il ministro Arturo Parisi, in Romania per una visita ufficiale. «Il contingente italiano - dice - ha provveduto a intensificare le predisposizioni di sicurezza del personale». L’ordine è: massima cautela. Come misura precauzionale è stato anche sospeso il volo Alitalia con 130 passeggeri previsto ieri, con destinazione Beirut.
Al momento la situazione nel Sud del Libano, dove si trova il nostro contingente, non è peggiorata, ma per il sottosegretario «non è escludibile a priori un possibile deterioramento». Soprattutto se Hezbollah deciderà di manifestare. «La comunità cristiana - spiega - vedrebbe le manifestazioni come una palese provocazione, e le frange più estremiste potrebbero reagire causando degli scontri di piazza, destinati a degenerare facilmente».
L’assassinio di Gemayel «non fa venir meno ma, al contrario, accresce la necessità di un intervento della comunità internazionale, di cui la presenza militare rappresenta un aspetto determinante», secondo Forcieri. «Ogni esitazione da parte dell’Onu e dell’Ue - afferma - in questo momento si configurerebbe come un contributo all’accentuazione dell’instabilità». La stessa posizione del viceministro degli Esteri, Ugo Intini, che sarà oggi a Beirut per il funerale di Gemayel.
Il dibattito politico si concentra, appunto, sul che cosa fare ora. Ieri in un’intervista al Giornale, l’ex ministro alla Difesa Antonio Martino ha definito la missione Unifil «un errore chiarissimo», sostenendo che i nostri soldati se ne devono andare. All’esponente di Fi risponde da Tripoli il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, dicendo che l’assassinio di Gemayel conferma la «necessità di una forte presenza internazionale in quel Paese come condizione per la stabilità del Libano e anche per la sicurezza di Israele».
Ne è convinto anche l’altro vicepremier, Francesco Rutelli: quella in Libano è «una missione pericolosa e a maggiore ragione necessaria». Le richieste di ritiro arrivate da ambienti del centrodestra «sono del tutto strumentali», dice il segretario Ds Piero Fassino. «Siamo tutti allarmati e preoccupati, ma il dovere della comunità internazionale è di non lasciare il Libano solo ma di mettere in campo tutto ciò che è necessario per sostenere le forze democratiche libanesi».
D’Alema invoca una presenza politica «più forte accanto a quella militare» e il sostegno dell’Italia e dell’intera comunità internazionale al governo del premier Siniora, «condizione per la stabilità del Libano». Quanto all’eventuale coinvolgimento della Siria, per il numero uno della Farnesina l’attentato «getta un’ombra e bisogna fare chiarezza sulle responsabilità». «Noi abbiamo chiesto alla Siria - dice D’Alema - un impegno serio per l’applicazione della risoluzione.
La Cdl chiede che il governo riferisca in Parlamento e l’accusa di non preoccuparsi della sicurezza dei nostri militari. Risponde il presidente del Senato Franco Marini, che chiederà al ministro degli Esteri D’Alema di presentarsi di fronte alle comissioni Esteri e Difesa. I più accesi negli attacchi sono il leghisti, che si sono astenuti al voto in Parlamento sulla missione in Libano, e Roberto Maroni condivide le critiche di Martino, pur non pretendendo il rientro dei soldati.
Critica invece Martino il presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini, il quale precisa: «Nessun membro della commissione ha sollevato la questione». Eppure, Alfredo Mantica di An alla Commissione mista Esteri e Difesa chiede al governo di prendere atto che il quadro che ha determinato la missione Leonte «è completamente cambiato, e s’impone un riesame della nostra politica». Per Ignazio La Russa di An «una volta preso un impegno per la pace, questo non può cambiare solo perché aumentano i rischi», ma il governo è incoerente su Afghanistan e Irak. Martino dichiara che non si può dialogare con l’Iran di Ahmadinejad, mentre pur essendo pessimista, «per Damasco il discorso è diverso».