Allarme infarto, il 40% dei malati curato troppo tardi

Nella Penisola un caso ogni 3 minuti. I medici avvisano: «Il trasporto in ospedale non è abbastanza veloce»

Monica Marcenaro

In Italia il 40 per cento di chi è colpito da infarto non riceve cure o cure appropriate, mentre negli Stati Uniti la percentuale si abbassa al 30. Diverse le ragioni: culturali, capacità e rapidità della diagnosi, velocità del trasporto, efficienza e qualità del primo intervento. I nostri cardiologi non sono meno bravi dei loro colleghi d’oltreoceano, ma la rete del primo intervento soprattutto nelle parte logistica può essere migliorata. Come, per esempio, nel trasporto: poter contare su autoambulanze attrezzate di elettrocardiografo per stabilire subito la natura del malore, aumenterebbe le chance di sopravvivenza del paziente. «Molto più che sottoporlo a trattamento farmacologico in un piccolo ospedale periferico». Forte delle sperimentazioni condotte nella Repubblica Ceca e in Danimarca, non ha dubbi Sebastiano Marra, direttore della struttura complessa di Cardiologia 2 dell’ospedale Molinette di Torino, che in questi giorni ospita i lavori del secondo «Joint meeting with Mayo Clinic», congresso internazionale di aggiornamento per medici e infermieri. Un ideale ponte sull’Atlantico per riflettere sulle differenze tecniche, culturali e di metodologia d’approccio in una patologia che più d’ogni altra necessita soprattutto di tempestività. E il partner è davvero unico: nata alla fine dell’Ottocento come punto di primo soccorso, la Mayo clinic di Rochester è oggi uno dei centri più autorevoli e all’avanguardia nell’ambito degli istituti cardiovascolari del mondo, dove ogni giorno passano circa 50mila pazienti (in una cittadina che conta in tutto 45mila abitanti).
L’infarto miocardico in Italia è una delle principali cause di morte. Secondo i dati Istat, circa 170 mila individui d’età compresa tra i 35 e i 64 anni ne sono stati colpiti. In pratica, un caso ogni 3-4 minuti, con 47 mila decessi, 187 morti ogni 100 mila abitanti. Noti sono ormai anche i fattori di rischio: familiarità, ipertensione, colesterolo alto, storia di diabete, fumo di sigaretta. Tuttavia è poco risaputo che un altro fattore di rischio determinante è la depressione. Questa, se non trattata, gioca un ruolo rilevante sulle malattie delle arterie, attivando un complesso sistema biologico che porta a trombosi e innalzamento della pressione arteriosa.
«Gli infarti acuti del miocardio sono in aumento – spiega Marra - ma cresce anche l’ aggressività terapeutica. Il problema è che, se non si interviene tempestivamente, entro sei ore dall’evento, i danni al muscolo cardiaco diventano irreversibili, con conseguente perdita di funzionalità del cuore». I due interventi «salvavita» sono la trombolisi (la somministrazione di farmaci che sciolgono i trombi e riportano un adeguato flusso di sangue nel cuore) e l’angioplastica, con l’introduzione per via chirurgica di un catetere che ripristina la circolazione sanguigna.
«La visione americana e quella europea in questo scenario non è sempre la stessa – aggiunge il cardiologo torinese – In Italia bisogna comunque migliorare le reti di pronto intervento cardiaco, come è già accaduto in Emilia Romagna. Non tutti i centri devono essere dotati di laboratorio di emodinamica, ma devono sicuramente essere migliorati i sistemi di trasporto dei pazienti con infarto». La repentina somministrazione di un farmaco trombolitico può consentire di «prendere tempo» e trasportare il paziente in una struttura attrezzata per eseguire angioplastiche. Un farmaco che difficilmente può somministrare il medico di famiglia: prima di ogni altra cosa, occorre una diagnosi sicura e per questo è indispensabile fare un elettrocardiogramma. Per un soggetto a rischio non c’è pillola salvavita da tenere nel portafoglio. Ci potrebbero essere, però, mezzi di soccorso attrezzati. Due studi, uno americano e l’altro danese, sulla relazione tra trasporto e sopravvivenza hanno dimostrato che un trasporto efficiente e una buona diagnosi aumentano le possibilità di sopravvivenza del paziente.