Allarme insicurezza

Da qualche giorno, fra tormenti, lacerazioni, rinculi e tartufismi, la sinistra, in buona parte, sta rivedendo le sue posizioni in fatto di sicurezza e d’immigrazione, problema che a tanti appare direttamente collegato a quello della criminalità, grande e piccola, se è possibile rimpicciolire il crimine. È il tentativo di grande recupero, mediatico e propagandistico. I guru del «politicamente corretto» dicono che non è peccato aspirare al rispetto della legalità, che si può essere di sinistra e desiderare, nel contempo, di non essere scippati quando si mette piede in strada, che si può essere solidali anche se non si accetta di avere ladri extracomunitari in casa o spacciatori africani dietro l’angolo.
Non è una forma di revisionismo culturale, è una corsa ad affermare verità e punti di vista che la stragrande maggioranza degli italiani ha condiviso da anni. Walter Veltroni, che aspira a diventare il migliore – attenzione alla minuscola – fra i soggettuzzi politici della sinistra andante, rassicura i dubbiosi: non si sentano razzisti se si considerano assediati da un’immigrazione selvaggia e propone di salvaguardare la Capitale dagli zingari spostandoli al di là del Grande anello che circonda Roma. Proprio una corsa.
Luciano Violante scopre che nella società italiana hanno fatto gran danno sia il perdonismo che la sottovalutazione del concetto di responsabilità: come se la sua parte politica, culturalmente egemone o almeno prepotente, non avesse avuto delle colpe nella diffusione di questi fenomeni deleteri. I conservatori, i fautori di legge & ordine, i sostenitori della «tolleranza zero» si sentono, non senza sbigottimento, scavalcati: fa piacere vedere che gli avversari arrivino sulle nostre posizioni, ma resta un sentore di finzione e d’inganno. Repubblica ruba i titoli ai giornali d’opposizione e ieri ha sparato in prima pagina: «Un reato su tre compiuto da immigrati». Il sindaco Chiamparino, a Torino, chiede al ministro Turco di abolire il concetto di «modica quantità» nell’uso della droga: per non consentire – dice - che impunemente si alimentino traffico e spaccio e per non diffondere il messaggio ingannatore che ci si può drogare. Le posizioni di Cofferati sono note e da tempo fanno girare scatole e certezze ideologiche ai compagni puri e duri che non riconoscono più il «Cinese». Ma che succede?
Qualche ingenuo può pensare che la sinistra abbia aperto gli occhi, i realisti constatano che ha invece sbattuto il muso. Una volta tanto i progressisti, buonisti e utopisti per definizione, sordi e ciechi ai bisogni reali delle masse, si sono scontrati con gli umori e malumori dei propri elettori. Che non ne possono più della politica delle porte aperte anche per gli immigrati peggiori, prepotenti e criminali. Si sono scontrati, i presunti e presuntuosi maestri del vivere civile, con la rabbia dei cittadini che magari votano a sinistra, ma si sentono assediati nei loro quartieri degradati, in cui le occupazioni abusive di stabili e fabbriche dimesse avviene con la complicità dei compagni «antagonisti». La sinistra delle buone intenzioni a tutti i costi ha dovuto sentire il grido di dolore degli operai che dopo anni di lavoro si sono costruiti una casetta in campagna e che temono le ore del sonno, così propizie agli specialisti delle rapine in ville, che poi sono case di gente modesta. La sinistra delle occasioni perdute si morde la coda e rimpiange di non aver dato ascolto a quei compagni ragionevoli che avevano attribuito la sconfitta del 2001 anche alla sottovalutazione del problema della sicurezza. Amen.
Dobbiamo fidarci di questo cambiamento di posizioni e prospettive? Probabilmente no. A turbare la serenata ai legalitari e agli inquieti, ci ha pensato Liberazione, l’organo di Rifondazione comunista. Un editoriale ha denunciato addirittura un «pericolo fascismo» – i vecchi fantasmi servono sempre – e ha espresso la sua rabbia perché molti nel centrosinistra corrono «al dissennato inseguimento dello spirito reazionario e dei luoghi comuni della destra», in particolare sul tema immigrazione. Cerchiamo di capirci. C’è ancora una sinistra – salvata dal Wwf dell’antistoria – che rifiuta, in fondo, il concetto d’illegalità. Una sinistra che si richiama al marxismo-leninismo, all’esperienza staliniana, nella quale, come ha ricordato anche Solgenytsin, i criminali, i nemici della proprietà privata e del legalitarismo borghese, dovevano essere considerati dai comunisti come «socialmente vicini». Stiamo in campana, l’ideologia è dura a morire, la sinistra che oggi parla di sicurezza non dà piena e indiscutibile sicurezza.
Salvatore Scarpino