Allarme per quattro kamikaze diretti a Roma

Il ministro Pisanu: la rete di Bin Laden si è insediata in terre senza Stato

Gian Marco Chiocci

da Roma

Una squadra di aspiranti martiri partiti dal Corno d’Africa e diretti in Europa, quasi certamente a Roma. Quattro kamikaze addestrati nel più importante e vasto campo gestito da Al Qaida nella zona di Mogadiscio, in Somalia, pronti a entrare personalmente in azione o a far da messaggeri per risvegliare una cellula «dormiente». Non si sa dove, né quando. Si sa solo che la segnalazione, pervenuta nei giorni scorsi alle forze di polizia e originata da un’«antenna» locale, viene letta con particolare attenzione all’indomani dell’arresto dei responsabili dei falliti attentati del 21 luglio provenienti dall’area africana affacciata sull’oceano Indiano. I quattro, attraverso l’Etiopia, avrebbero avuto un primo appuntamento nel centro di Roma «per consegnare una busta», forse contenente ordini.
L’attenzione è puntata in particolar modo su quel campo della capitale somala dove nell’ultimo periodo si sarebbe intensificata l’attività di proselitismo nei confronti di aspiranti combattenti della jihad. Il reclutamento riguarderebbe in particolare personaggi provenienti dal Pakistan, dal Sudan, dallo Yemen e dalla Siria. A preoccupare è soprattutto la coincidenza del rinnovato attivismo del campo d’addestramento col «ritorno» in auge (datato dall’intelligence al 2004) di Fazul Abdullah Mohamed, comoriano con passaporto kenyota, uomo forte di Al Qaida nel Corno d’Africa, considerato un maestro nel travestimento, nella falsificazione di documenti e nella preparazione di ordigni esplosivi. Su Fazul, già coinvolto nell’attentato che nel ’98 disintegrò l’ambasciata americana a Nairobi, penderebbe ora una taglia di venti milioni di dollari, quindici in più della cifra stanziata sulla testa di Bin Laden dopo l’11 settembre.
Il network terroristico internazionale punterebbe dunque, dal Corno d’Africa, al salto di qualità. E proprio alle scorribande dei seguaci di Osama sarebbe da attribuire il brutale assassinio di Abdulkadir Yahya Ali, messo a segno nella notte fra il 10 e l’11 luglio. L’uccisione ha destato preoccupazione e scalpore nella comunità somala, a causa della grande popolarità della vittima, a capo di una importante organizzazione non governativa, il «Centro per la ricerca e il dialogo», impegnata nella ricostruzione politico-sociale del Paese, collegata all’Onu e in stretti rapporti con gli Usa. Con l’assassinio di Yahya, i miliziani di Al Qaida non avrebbero puntato solo all’offensiva mediatico-politica: dopo aver neutralizzato gli uomini della vigilanza, reciso le linee telefoniche e massacrato l’uomo sotto lo sguardo inorridito di sua moglie, i cinque membri del commando avrebbero infatti portato via il suo computer, alla ricerca di chissà quale segreto.
Insomma, lontano dai riflettori puntati sul Maghreb e sul Medio Oriente, Al Qaida starebbe riorganizzando le milizie africane, che in uno sforzo congiunto con la criminalità locale sono impegnate nel tentare di far fallire la difficile transizione avviata nel 2004 con la designazione di un governo provvisorio. Ed è proprio in questo semi-sconosciuto scenario, dove Osama Bin Laden ha trovato ospitalità nei primi anni ’90, e dove si muovono agilmente inafferrabili terroristi della Al Itihaad al Islamiya inseriti nella lista dei più ricercati del pianeta, che proliferano le palestre per terroristi. Da una di queste, secondo la segnalazione pervenuta agli investigatori, sarebbe partita una cellula diretta nel nostro Paese. Una «soffiata» che sembra collimare perfettamente con quanto affermato ieri a Montecitorio dal ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, a proposito dei fermenti pericolosi nel Corno d’Africa: «In terre senza stato Al Qaida è arrivata, si è insediata», e da lì «tende per vie diverse a inviare suoi adepti in Europa e nel resto del mondo».