Allarme rifiuti, l'emergenza continua

Perché Napoli non <strong><a href="/a.pic1?ID=231466">copia Venezia</a></strong> che trasforma la spazzatura in ricchezza? Intanto in Germania si fregano le mani: &quot;I rifiuti italiani sono la nostra fortuna&quot;. E per l'emergenza niente commissario: <strong><a href="/a.pic1?ID=231470">ne arrivano due</a></strong>

Napoli - Ci sarebbe un modo facile e sbrigativo per spiegare tutto questo disastro: dare la colpa alla camorra, piaga reale del vivere civile in queste terre ma anche alibi di ferro per corruttele e inefficienze. Invece Alessandro Pansa, prefetto di Napoli e zar fino all'altro ieri dell'emergenza rifiuti, non ci sta. E nella conferenza stampa di ieri, quella in cui annuncia l'atto di forza che ha riaperto la discarica di Pianura e dato (forse) un sospiro di sollievo alla città, quando gli chiedono se è per colpa della camorra che l'impianto di Acerra, il termovalorizzatore che dovrebbe inghiottire i rifiuti della Campania, ancora non è finito né si sa quando lo sarà, va giù piatto: «La camorra non c'entra proprio niente. La camorra c'entra in tantissime cose, purtroppo. Ma con il termovalorizzatore proprio no».

È una affermazione importante, un punto fermo da cui partire. Perché se la malavita organizzata nel pasticcio di Acerra non ha colpe, allora le colpe devono stare da qualche altra parte. Perché davvero non è possibile che un impianto che in qualunque altra parte del mondo nasce in meno di un anno, qui galleggi invece nel ventre di una gravidanza interminabile, sei anni passati dall'inizio teorico dei lavori, quattro dall'inizio effettivo, e da novembre tutto disperatamente fermo, con il megaimpianto quasi finito («siamo all'82 per cento della costruzione», calcolano chissà come gli esperti) e il suo futuro affidato ad un'altra gara d'appalto che doveva chiudersi a fine anno, invece si chiuderà (si spera) a fine mese ma nessuno è in grado con certezza di dire come andrà a finire. Tanto che lo stesso Pansa ammette che ci vorrà, se tutto va bene, un altro anno. Cioè il tempo che, come s'è detto, nei posti normali si impiega dalla prima pietra all'inaugurazione.

Non saranno tutte rose e fiori, se e quando verrà finito. Tanto per cominciare, non c'è l'accordo su quello che Acerra dovrà inghiottire, su quale tipo di immondizia dovrà essere scaricata nel suo gigantesco forno: e in particolare sulla sorte della inverosimile quantità di spazzatura che si è accumulata in questi anni in Campania, sei milioni di ecoballe (che sembra un neologismo di Beppe Grillo, invece è davvero il modo in cui chiamano i blocchi compattati di rifiuti) che se finissero ad Acerra assorbirebbero da soli il cento per cento della sua capacità per i prossimi dieci anni. Ma sono ecoballe in cui c'è dentro di tutto, e l'universo ecologista - Legambiente in testa - che pure ha dato finalmente il via libera all'impianto annuncia che si opporrà risolutamente.

L'opposizione degli ambientalisti, di sicuro, ha avuto il suo peso in questi anni per rallentare all'infinito la marcia del termovalorizzatore: «Un impianto - dice Michele Buonuomo di Legambiente - nato male, a partire dalla ubicazione insensata, e che ha puntato più al risparmio economico che alla qualità tecnologica». Ma nessuna opposizione ecologista sarebbe arrivata a produrre un arenamento così duraturo se non avesse trovato la sponda nella rete di imbrogli creata intorno all'affare di Acerra dalla Fibe, l'azienda vincitrice dell'appalto - cioè Impregilo, cioè Fiat - con la complicità del Commissariato straordinario guidato allora da Antonio Bassolino, e messa a nudo dalla indagine della Procura napoletana che alla fine ha portato al sequestro dei beni di Fibe. L'indagine della procura ha accertato che almeno in un passaggio decisivo la firma di Bassolino fu decisiva per spianare la strada alla truffa. E così si torna al cuore del problema, alla sequela di «inganni che hanno tolto fiducia alla gente» (parole di ieri del prefetto Pansa) e trasformato l'emergenza rifiuti in un gigantesco psicodramma sociale.

Un dramma in cui è persino possibile ritenere che davvero la camorra non c'entri niente, e che anzi - come spiega un esperto di cose napoletane - guardi con sofferenza alla emergenza di oggi, perché tutte queste telecamere piombate a Napoli le impediscono di farsi in pace gli affari propri. Come quando nelle discariche volute dal Commissariato, come quella casertana di Louttaro, permetteva che venissero scaraventate dosi crescenti di rifiuti nocivi, trasformando Louttaro in una bomba al carbonio.