Allarme rosso nel Pd: riformismo addio son tornati comunisti

La crisi fa esplodere le contraddizioni dei democratici. L’estremismo di Bersani scatena la fronda nel partito. Pier Luigi vuol battere Vendola diventando più vendoliano di lui

«Un virus pericoloso, una tentazione regressiva e distante dalla tradizione e dalla prassi europeista del migliore centrosinistra» rischia di colpire e travolgere un Pd talmente lontano dal riformismo da sognare «l’autocrazia laburista dell’Italia»: l’editoriale di ieri di Europa, scritto dal direttore Stefano Menichini, dà voce al disagio profondo che percorre il Partito democratico all’indomani del dibattito parlamentare della settimana scorsa. In quell’occasione, Pier Luigi Bersani sbatté la porta in faccia a Berlusconi (e indirettamente a Napolitano), ponendo come precondizione per ogni trattativa le dimissioni irrevocabili del governo.
È da quella linea di opposizione dura - decisa dal segretario con i suoi più stretti collaboratori e senza consultare il «caminetto» dei capicorrente - che nascono le sconcertanti dichiarazioni del responsabile economico del Pd parzialmente riportate da Europa: in rapida successione, Stefano Fassina ha sostenuto che l’Italia in Europa «non può rinunciare alle politiche di bilancio, dopo aver già rinunciato alla politica monetaria» (mentre la posizione del Pd è sempre stata l’esatto opposto), che le raccomandazioni della Bce vanno respinte perché i governi europei che la influenzano sono governi di destra, che «l’insistenza della Bce su un’ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro ha l’obiettivo di indebolire il potere negoziale del sindacato», e infine che Berlusconi accetterebbe qualsiasi cosa pur di «tirare a campare».
Nelle dichiarazioni di Fassina - che evidentemente parla d’intesa con Bersani, visto che quest’ultimo, secondo la ricostruzione del Corriere, ha definito l’anticipo della manovra un «massacro sociale» - c’è tuttavia qualcosa di più della «regressione antieuropeista» paventata da Menichini. C’è infatti un rovesciamento spettacolare di un’antica e gloriosa cultura politica della sinistra, che almeno dai tempi dell’«austerità» di Berlinguer ha sempre invocato e spesso praticato l’unità nazionale e i sacrifici per «salvare l’Italia», e che oggi invece sembra schierata - come un tempo i gruppettari - per il «tanto peggio, tanto meglio».
Ma se è così, è il profilo riformista del Pd a essere in gioco. La partita politica di Bersani sembra piuttosto chiara: radicalizzando in Parlamento il profilo di opposizione, dopo aver cavalcato la vittoria alle amministrative (sebbene Pisapia fosse stato indicato da Vendola e De Magistris avesse buttato fuori al primo turno il candidato del Pd) e l’onda referendaria (sebbene su nucleare e privatizzazione dell’acqua il Pd avesse una posizione diversa), Bersani vuole consacrarsi leader del sinistra-centro e puntare tutto sulle elezioni anticipate in primavera. Della coerenza programmatica sembra importargli poco, così come dell’alleanza con l’Udc: di entrambe ci si occuperà, eventualmente, dopo le elezioni.
La strada imboccata da Bersani - «battere Vendola diventando più vendoliano di lui», sintetizza efficacemente un ex parlamentare - incontra però più critiche che adesioni, e se il dibattito non è esploso è soltanto perché siamo in agosto. Tanto per cominciare, la linea di Bersani non piace al Quirinale, che si aspetta dal Pd un aiuto nella sua politica di «coesione nazionale». Non piace né a D’Alema né a Veltroni: il primo non ha rinunciato all’accordo con Casini, che tuttavia richiede tempo e, possibilmente, un governo di transizione che modifichi la legge elettorale; il secondo già da tempo si è espresso per un governo tecnico bipartisan (e Stefano Ceccanti, che spesso dice le cose che Veltroni pensa ma non può dire, ha accusato il gruppo dirigente del Pd addirittura di «posizioni neocomuniste»). E non piace, la linea di Bersani, neppure agli ex popolari: non a quelli di Fioroni, che ad Avvenire ha dichiarato di auspicare «una politica nuova» costruita insieme da maggioranza e opposizione, e neppure a quelli di Enrico Letta, che nel suo convegno di fine agosto a Dro promette di aprire un’«offensiva riformista» e, certo non per caso, ha invitato come ospite d’onore Matteo Renzi.
Il sostanziale isolamento politico di Bersani nel Pd non deve tuttavia trarre in inganno: sulla sua linea ci sono Vendola e la Cgil, e un bel pezzo di opinione pubblica. Del resto, sempre di antiberlusconismo stiamo parlando: quando a palazzo Chigi c’era Andreotti (non Lenin: Andreotti), la sinistra predicava i sacrifici; oggi che c’è Berlusconi, gli contesta persino di dar retta all’Europa.