Allarme a Tel Aviv: «D’Alema è filopalestinese»

Massimiliano Scafi

da Roma

Tanti sorrisi, una stretta di mano, poi un’apertura a sorpresa: «Gianfranco Fini sarebbe un ottimo presidente della commissione Esteri della Camera». Sì, proprio lui, il leader di An, l’avversario che gli sta passando le chiavi della Farnesina. Del resto, perché no? Massimo D’Alema non ci trova nulla di male. Anzi, dice, «sarebbe positivo non solo da un punto di vista politico, ma anche per le qualità della persona e consentirebbe di mantenere aperto un dialogo costruttivo sui grandi temi di politica estera». Fini ringrazia: «Un’offerta che mi fa piacere, anche se bisogna valutare la cornice della proposta. Comunque, deciderà la Cdl nel suo complesso».
Fair-play alla Farnesina. Il primo a congratularsi con D’Alema è lo spagnolo Miguel Angel Moratinos, che telefona però troppo presto, quando ai comandi c’è ancora Fini. «Richiamerò più tardi». Alle 15 la cerimonia dello scambio delle consegne. Un incontro che il nuovo ministro degli Esteri definisce «estremamente cordiale» e costruttivo. «L’ho ringraziato - racconta - per l’attività che ha svolto. Fini mi ha presentato il quadro delle questioni aperte si cui si sta lavorando e io gli ho espresso la convinzione che questo dialogo possa continuare». Con il vicepremier uscente a capo della commssione Esteri? «Come sapete - risponde D’Alema - è una questione che si sta discutendo. Lui ha il mio apprezzamento personale. Non dipende né da me né dal governo, dovranno decidere i gruppi parlamentari. Vedremo se maturerà questa possibilità».
Sarebbe, spiega, una soluzione in perfetto stile bipolare. «Io ritengo - insiste il neo vicepresidente del Consiglio - che sui temi di politica estera occorra avere un dialogo intenso con tutte le parti politiche. Anche gli inevitabili dissensi devono essere affrontati in Parlamento con l’opposizione nel quadro di grandi scelte condivise. E in questo Fini sarà certamente un interlocutore importante, mi ha assicurato che il suo impegno in politica internazionale continuerà».
Intanto D’Alema è atteso da una prova piuttosto impegnativa. Europa e Medio Oriente, dice, «tra le tante questioni sul tavolo sono le più urgenti». E infatti deve subito incassare un durissimo editoriale di Yedioth Ahronoth: con D’Alema alla Farnesina, sostiene il popolare quotidiano di Tel Aviv, «è la fine della luna di miele tra Italia e Israele». D’Alema infatti «è noto per le sue prese di posizione filopalestinesi e in passato si è sempre espresso contro la costruzione della barriera in Cisgiordania e contro le operazioni dell’esercito nei Territori». Conclusione, «secondo fonti politiche ad alto livello, le relazioni diplomatiche tra i due Paesi non saranno più buone e intime come prima».
Il vicepremier respinge le accuse: «Sono per la libertà di stampa, ognuno può scrivere quello che vuole, però non credo che ci sia alcun dubbio che si tratti di polemiche infondate perché il centrosinistra da anni coltiva una politica di amicizia verso Israele». C’è di più. «Quando diventai segretario del mio partito - ricorda -, ormai diversi anni fa, la prima missione internazionale che svolsi fu di andare a trovare l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu. E alla violenta polemica aperta da una parte della sinistra, che mi diceva che non dovevo andare a discutere con un uomo di destra, risposi che il primo ministro d’Israele è nostro interlocutore, di destra o di sinistra che sia».
In serata fonti diplomatiche israeliane prendono le distanze dal commento del giornale: «Quella è un’opinione di un quotidiano, che non riflette né l’opinione del governo né quelle dell’ambasciata d’Israele a Roma». E si ricorda il messaggio caloroso che proprio mercoledì, il giorno del giuramento, il premier Ehud Olmert ha inviato a Romano Prodi, invitandolo a Gerusalemme. Un paio di settimane fa, nell’albergo romano dove si celebravano i 58 anni dell’indipendenza di Israele, a parte il boato che aveva accolto Silvio Berlusconi, il politico più corteggiato dall’ambasciatore Gol era stato D’Alema. Il leader della Quercia aveva lanciato una specie di manifesto programmatico: «Sono qui per confermare la forza del legame che ci unisce e il nostro impegno nel garantire il diritto di Israele alla sicurezza e a vedere riconosciuto il suo diritto all’esistenza da parte dei suoi vicini. Su questo tema non c’è una politica di parte in Italia, ma una posizione che appartiene a tutto lo schieramento democratico». Ma evidentemente qualcuno a Tel Aviv ha ancora dei dubbi.