Allarme in Tunisia, migliaia in fuga verso l’Italia

Ras Ajdir (Frontiera Tunisia Libia)La bomba è scoppiata. Ha il volto disperato di Haji, il sorriso sconsolato di Mohammad, la rabbia sorda di Ibrahim, lo sconforto di Abdel, la paura di Omar. Sono una fiumana in piena, una marea imponente e scomposta, un tornado umano appoggiato al cancello blu. Sono un gregge senza più conta, una disperazione in marcia, un flagello già vicino. Sono la vendetta del Colonnello, la sua nemesi e la sua rappresaglia. Ora è qui ma dategli qualche notte e tracimerà fin sulle nostre coste, invaderà il nostro continente. I conti parlano chiaro. Da quel cancello blu appena sotto le bandiere verdi della Jammariha e appena prime di quelle rosse della Tunisia sono transitate negli ultimi cinque giorni 50mila anime in fuga. A dar retta all’Alto Commissariato per i Rifugiati 18mila sono tunisine, 15mila egiziane 2500 libanesi e 2000 cinesi. Un miscuglio di razze e passaporti accomunato solo dall’incertezza per il futuro. «Siamo qui da tre giorni, siamo tutti egiziani. Al Cairo hanno fatto la rivoluzione, ma per noi non è cambiato niente, l’ambasciata manco ci risponde, non manda neanche un cane ad occuparsi di noi, ci sentiamo abbandonati al nostro destino» urla inferocito Abdel. Ha 36 anni un testone riccio, il volto bruciato da tre giorni di sole e vento, una rabbia che gli raspa la gola e una valigia panciuta pronta a scoppiare. Da spago e cerniera spuppa mezza cazzuola avvolta in una coperta, affiora una pentola, fa capolino un caricabatterie senza più il suo cellulare. Biral Khamsa, il paesiello di Abdel, è a due passi da quella Cirenaica occupata dai ribelli, ma dall’altra parte del mondo per il povero Abdel sorpreso da guerra e paura in un cantiere alla periferia di Tripoli. «A dar retta a Gheddafi noi e i tunisini portiamo le armi, aiutiamo Al Qaida, siamo colpevoli di tutto quel che succede da Tripoli e Bengasi. Per questo scappiamo, per questo lunedì ho fatto le valigie e mi sono messo in marcia verso la Tunisia, verso la frontiera più vicina». Lungo la strada il suo fagotto si è ancor più svuotato. «Ad ogni posto di blocco guardie e soldati mi prendevano qualcosa. Prima ho dovuto allungargli il cellulare, poi i soldi, alla fine, non mi è rimasto che qualche attrezzo e la coperta».
Ma Ras Ajdir, la frontiera raggiunta dopo un’odissea di due giorni è solo un’altra tappa nella disperazione. I panini, le bibite, le tende dei volontari e dell’esercito tunisno sono solo una temporanea illusione di salvezza. Dura lo spazio di una notte, poi all’alba Abdel si ritrova sardina tra le lamiere di un pullman, anima perduta traghettata da quel nulla di confine ad uno slargo sul mare nel porto di Zarzis. Lui ed altri migliaia parcheggiati tutti insieme nella capitale dei trafficanti di uomini, un boccone prelibato apparecchiato in bella vista nel capolinea di quella linea della disperazione che da qui arriva fino a Lampedusa. Sperano in una nave per l’Egitto, ma nessuno di loro sa veramente se e quando arriverà. Ed intanto passano il tempo rimirando quel mare delle tentazioni. Dicono di voler solo andare a casa, di pensare solo alle mogli e ai figli lasciati in Egitto. La gente di Zarzis ci crede poco. Loro i tunisini del sud, li guardano e scuotono la testa. «Dicono tutti così, lo dicono anche i nostri figli, ma quando non trovi niente da fare, quando nessuno pensa a te, quando non hai più un soldo e nessuno ti aiuta la tentazione è irresistibile» ti sussurra Khamis. E un ingegnere agricolo passeggia sul lungomare con i suoi tre bimbi, li guarda e scuote la testa: «Stasera loro saranno già qui, per loro ogni affamato è un occasione, per loro egiziani o tunisini poco conta, l’importante è metterli su una barca e portarli da qualche parte. Ci penseranno loro a illuderli e a convincerli e a farsi pagare. Due settimane fa abbiamo perso 20 nostri figli scomparsi a pochi chilometri da qui. Sognavano l’Italia e l’Europa, ma sono finiti in pancia ai pesci. Se hanno convinto dei ragazzi che avevano casa e famiglia credete sarà difficile convincere questa gente? Dategli qualche giorno e vedrete, smetteranno di pensare a casa e incominceranno a guardare a Lampedusa».
E se non saranno loro saranno gli altri due milioni di egiziani. Sono ancora in Libia, ma hanno la valigia pronta. E sono già in fila.