«Alle feste del premier solo musica»

Caro Della Valle, non mi scandalizza che lei compri delle pagine di giornale per censurare il ceto politico. È uno sport nazionale. Direi che è un’abitudine un po’ abusata e una punta viziosa. La politica è messa all’angolo in vari modi, e in parte se lo merita perché non trova il modo di reagire come si deve. Molti cercano di liberarsi della loro appartenenza castale facendo roventi polemiche contro la casta. Approfittano della situazione, come si dice. Succede a giornalisti, magistrati, banchieri, diplomatici, alti funzionari, qualche prete di quelli mondani e solidali, e naturalmente tocca anche agli imprenditori.
Lei è ricco di suo. Ha carattere e radici nell’umile Italia appenninica. Le scarpe che lei produce sono una bonanza per il nostro export e una diramazione di successo internazionale del marchio italiano. Lei è anche un finanziere intrusivo, che non la manda a dire, e le sue ambizioni sono notevoli. Vuole cose di un certo peso: le Generali, Mediobanca, il Corriere, la Confindustria, magari l’Italia, non si accontenta della Fiorentina, è tentato dalla politica. Legittimo. Perfino utile, a certe condizioni.
Molti oggi le diranno, perché lei picchia per primo per picchiare due volte (ma non tutti le faranno da sparring partner), che uno scarparo deve fare il suo mestiere. Io no. Penso che chi fa scarpe, chi fa banca, chi fa acciaio e freni, chi è nel ciclo della chimica, tutti devono prima di tutto fare il loro mestiere, ovvio. Ma se c’è una lezione degli ultimi vent’anni è che quando crolla un sistema politico e istituzionale, quello dei vecchi partiti, nella società nascono tentazioni virtuose, movimenti di forza e trascinamento inauditi, tutto diventa possibile. Ha presente Berlusconi? Tutto questo è bene, finché l’anomalia di una politica che non sa più parlare altro che una lingua di legno persista. Ma a certe condizioni, come ho già detto.
Fare l’anticasta va bene, è una ginnastica redditizia, tiene in forma oltretutto. Ma c’è poi la verità delle cose, che gli italiani conoscono e nessuna inserzione pubblicitaria può occultare. Da vent’anni in questo Paese, che ha conosciuto mezzo secolo di regime bloccato, nel bene e nel male, si alternano due governi diversi, la principale conquista di quel saggio matto che è Berlusconi. Dicono tutti di voler fare la stessa cosa. Riforme serie per la concorrenza, per le libertà economiche, per la riduzione del debito e dell’invadenza delle ideologie regolatrici, stataliste e fiscali, su un tessuto produttivo e del lavoro ingessati da vecchie incrostazioni corporative. Berlusconi è più credibile, nonostante errori madornali, dei suoi avversari, che sbagliano meno perché fanno poco o niente, il loro è spesso un chiacchiericcio vano, che non buca, non arriva.
Le domando. Chi è che impedisce di sbloccare, liberare la patria ingrata? Ministri mafiosi, politici ladri, gli eletti del privilegio, i conflitti di interesse? Spero che lei non creda alle favole, e non voglia intraprendere la carriera del cantastorie. Quelli che sanno, e che hanno il coraggio di dire ciò che pensano, hanno stilato un referto definitivo. Parlo dei liberali veri, economisti e analisti politici come Giavazzi, Alesina, Panebianco, Ostellino e altri. Parlo di un Marchionne, che ha tanti difetti ma si è mosso e si è reso indipendente dai fattori di blocco. Dicono, all’unisono, che i sindacati classisti, le burocrazie confindustriali, le burocrazie togate che fanno della giustizia un casino fazioso, un pezzo della politica ben distribuito a destra e a sinistra, e molti complici di sistema della coalizione conservatrice, impediscono che le migliori intenzioni si realizzino, impongono ritardi fatali, rischi continui, automatismi viziosi. Siamo arrivati al punto che la Camusso e la Marcegaglia sembrano figurine interscambiabili, la grinta classista e corporativa è la stessa, a Capri si lotta come una volta alle Reggiane, solo che una vuole le pensioni a 58 anni, l’altra a 68. Una bella differenza, non crede? E significativa per far capire l’inganno in cui l’ipocrisia ci trascina tutti.
Da Casette d’Ete, il suo borgo natio, l’Italia si vede. Non è affatto un Paese distrutto. La fola declinista è per i più piccoli e inesperti. Se uno riesca a superare in corsa i posti di blocco del sistema, come a lei è successo anche spericolatamente, i risultati si vedono, quattrini, lavoro, competitività, industriosità, distribuzione equa della ricchezza diventano varianti possibili del panorama italiano. Se lei desidera mettersi un po’ in mostra nella campagna generica e inconcludente contro la casta, la via dell’inserzione sui giornali è quella giusta. E non porta da nessuna parte. Se vuole dare una mano a sé stesso e al Paese che ha fatto della moda e delle scarpe un mito mondiale, tenendo d’occhio anche la storia e la natura degli italiani, rifletta su questi vent’anni, cerchi di capire dove stanno i guasti e i furbissimi rovesciatori di frittata, intercetti almeno un pezzo della verità, e si dia da fare con le idee giuste. Le sparate fanno bordello, ma non risolvono i problemi. Nemmeno il suo problema.