Via alle prove di centrismo: l’Udc chiama gli ex Margherita

nostro inviato a Todi

Prove tecniche di «centro». Grande, piccolo, si vedrà. Ciò che conta, dinanzi al «fallimento, al danno del finto bipartitismo», è presentare una «nuova offerta», spiega il padrone di casa, Ferdinando Adornato, che a Todi apre il seminario di Liberal. Il parterre è quello giusto per aprire il confronto con due democratici doc, Francesco Rutelli ed Enrico Letta, e presentare il manifesto dell’Udc fresco di stampa. Insomma, né terzo polo, né Nuova Dc, né centrino, chiariscono gli uomini di Pier Ferdinando Casini. E allora, che si fa, perché siamo qui, al centro (guarda caso) dell’Umbria? «Per lanciare un appello ai popolari, ai moderati, ai liberali», spiega il segretario Lorenzo Cesa. «A loro diciamo: mettiamoci insieme e costruiamo un partito nuovo, vero, con una democrazia interna e con una leadership eletta dalla base. Una casa da costruire insieme».
Tutti sotto un tetto, dunque. Ma i potenziali coinquilini, Rutelli e Letta, cosa ne pensano? L’ex leader della Margherita, orfano del segretario Pd dimessosi in maniera «inopinata, inaspettata», rilancia il tormentone: avanti con le «alleanze di nuovo conio», per dire basta a «15 anni di bipolarismo che non ha funzionato». Quindi, intese «coerenti», capaci di «realizzare ciò che serve all’Italia». Come dire, né sì né no, aspettiamo un po’. Fronteggiamo la crisi economica da «opposizione responsabile», poi si vedrà.
Da Rutelli, a onor del vero, nel giorno che precede la resa dei conti democratica, non ci si aspettava un’aperta dichiarazione d’amore. Eppure, il feeling c’è, è evidente. Tanto che, davanti agli «amici» di via dei Due Macelli, riferisce: «Ho letto il vostro manifesto. Se penso alle Politiche di un anno fa e lo confronto con quello del nostro unico alleato di allora, non credo si possa dire che il suo sia più vicino al Pd e che il vostro sia più lontano. Anzi, è vero il contrario».
Dietro l’arzigogolo, un messaggio chiaro: il Pd ha sbagliato ad allearsi con l’Idv di Antonio Di Pietro, doveva farlo invece con l’Udc. E chi scelse la strada da seguire? Il compagno Walter che oggi si tira indietro. Di contro, Rutelli passa all’elogio del capo carismatico e si rivolge a Casini: «Oggi la politica è inseparabile dalla leadership. E con la tua sei riuscito a tenere botta nei momenti difficili, guidando una nave controvento che rischiava di affondare».
Per adesso, in ogni caso, bocce ferme. E poco importa se l’ex numero uno Dl riconosce all’Udc la paternità nella battaglia per le preferenze alle Europee («senza, sarebbe stata più democratica l’elezione di Miss Italia», scherza).
E così, nonostante Adornato la butti sul fair-play («non tifiamo per la scissione del Pd, ma valutiamo progetti»), la sensazione è che prima o poi la costola ex democristiana possa convergere. Per adesso, si deve fare i conti però anche con gli accordi in atto (vedi Udc con Pdl in Sicilia e Sardegna), ma il futuro del centrosinistra anche per Letta è chiaro: «Pd e Udc non potranno che parlarsi per fare alleanze stabili». D’altronde, «con le dimissioni di Veltroni si chiudono 15 anni di storia politica del centrosinistra, che ha cercato di contrastare la leadership di Berlusconi risultando però sempre minoranza nel Paese, anche quando governava». E preso atto che l’elettorato «non può più essere diviso in due come una mela», si deve ragionare su «tre grandi segmenti, forse paritari». Cioè, «progressisti, moderati e populisti». Impossibile amalgamarli tutti, bisogna «rimescolare» i primi due e «far sì che ci siano convergenze, senza nostalgie».
Una linea sposata in pieno da Bruno Tabacci, che nel suo intervento (il più applaudito) gli riconosce: «Tu rappresenti a pieno titolo un filone importante che deve dialogare, riconnettersi».