Alle radici dell’anarco-capitalismo

A ll’inizio degli anni Cinquanta Murray N. Rothbard è un giovane economista di belle speranze dominato da una sconfinata curiosità intellettuale e deciso a fare tutto il possibile per sconfiggere lo statalismo di un’America incline a politiche assistenziali e iniziative militari. Quando il William Volker Fund, fondazione libertaria allora guidata da Harold W. Luhnow, si dichiara disponibile a sostenerlo economicamente affinché possa fare ricerca, egli accetta con entusiasmo.
Dal 1951 al 1962 Rothbard scrive dunque una gran quantità di articoli non destinati alla pubblicazione, ma inviati in forma confidenziale ai dirigenti dell’istituto con l’obiettivo di segnalare libri e autori da promuovere. Tutto questo finiva in memorandum che si è iniziato a conoscere solo qualche anno fa grazie a una studiosa italiana, Roberta Modugno, che per prima ha pubblicato alcune di queste analisi nel volume antologico Diritto, natura e ragione, edito da Rubbettino. Nei giorni scorsi, infine, il Mises Institute ha dato alle stampe la maggior parte di quegli scritti in un corposo volume (Strictly Confidential: The Private Volker Fund Memos) curato da David Gordon e già gratuitamente disponibile on line.
Leggere tale raccolta significa entrare in un laboratorio intellettuale fondamentale per la nascita di quel movimento di idee e ideali che è il libertarismo. In effetti, si tratta di pagine che penetrano nel cuore delle controversie che dominarono il pensiero liberale e conservatore americano in una fase particolare della sua evoluzione, trasmettendo il peculiare punto di vista di questo individualista radicale destinato ad avere un ruolo significativo in quasi tutte le realtà di questa galassia politico-culturale: dalla Foundation for Economic Education di Leonard Reed all’Institute for Humane Studies, dal Libertarian Party al Center for Libertarian Studies, dal Cato Institute fino alla sua ultima creatura, il Mises Institute.
Nato a New York nel 1926, Rothbard è stato più che uno studioso. La sua opera è stata espressione di una cultura desiderosa di migliorare il mondo, ampliando gli spazi di libertà. In tal senso è interessante che egli sia stato allievo di Ludwig von Mises ma anche militante di organizzazioni politiche, autore di importanti saggi accademici ma anche di pamphlet calati in polemiche occasionali. Se oggi egli è spesso associato soprattutto alla battaglia per affermare una prospettiva rigorosamente libertaria e quindi anarco-capitalista (che immagina la sostituzione dello Stato con agenzie di protezione private e in concorrenza), i fronti su cui si è mosso sono stati numerosi: come il volume testimonia.
Taluni testi non sorprendono: ad esempio dove critica il keynesismo o espone le ragioni di una politica estera «isolazionista», che rinunci a ogni prospettiva imperiale e a ogni ipotesi di «esportazione della democrazia». Ma altrove egli è in grado di spiazzare anche chi lo conosca bene. Basti pensare al testo sui demagoghi, verso i quali manifesta una qualche simpatia. Ci sono demagoghi di diversa natura, ed è senza dubbio vero che molti di loro fanno leva sui sentimenti solo per ottenere un’espansione del potere. Nonostante ciò, rileva Rothbard, essi sono «ideologicamente non conformisti» e in un’età come la nostra, che vede il socialismo trionfare, questo può produrre novità positive. Ciò aiuta a comprendere il parziale sostegno, fonte di polemiche, che Rothbard in seguito assicurerà a Pat Buchanan, irregolare esponente della destra americana e fautore di politiche protezioniste. Ovviamente non è il mercantilismo a suscitare il favore del liberista Rothbard, ma invece l’avversione all’interventismo militare e, appunto, il suo rappresentare un elemento almeno in parte estraneo all’establishment di Washington.
In tal modo il volume relativizza ogni artificiosa contrapposizione tra due Rothbard inconciliabili: uno «di sinistra», negli anni Sessanta (vicino ai pacifisti e alla controcultura), e uno «di destra», legato a una fase successiva, che mostra ammirazione per la cultura cattolica, sostiene talune misure restrittive in materia di immigrazione, appoggia i movimenti secessionisti. In realtà, pure quando si sposta in ambiti meno usuali, come nell’esame del volume del critico letterario Edmund Fuller, Man in Modern Fiction, la sua difesa delle ragioni dell’individuo s’incrocia con l’apologia della civiltà occidentale, greco-giudaico-cristiana, e con una critica spietata del relativismo novecentesco.