Alle urne per poter sopravvivere

Non c’era bisogno che lo dicesse anche Piero Fassino. Se nella grande confusione della politica italiana c’è una certezza, questa certezza consiste nel fatto che nel dopo-Prodi non c’è spazio per larghe intese o per un governo istituzionale, ma solo per elezioni anticipate. Lo sa Dini, lo sa Mastella, lo sa Giordano, lo sanno bene tutti coloro che, nel centrosinistra, sono impegnati in un conto alla rovescia verso una sconfitta annunciata, dopo una fallimentare esperienza di governo. C’è da chiedersi allora perché il segretario dei Ds - la cui data di scadenza è il 14 ottobre - abbia lanciato quello che in gergo si chiama avvertimento agli alleati. Sì, siamo all’indomani di un flop al Senato e alla vigilia dell’ennesimo vertice di maggioranza. Sì, è una mossa classica, già compiuta tante volte nei mesi scorsi, in particolare da D’Alema. Sì, la Quercia che sta costruendo anche se fra tensioni e conflitti il Partito democratico ha tutto l’interesse a mostrarsi al proprio elettorato come forza responsabile, l’unica a non voler scassare tutto.
Ma è legittimo il sospetto che Fassino abbia voluto dare un’ultima testimonianza, dopo aver maturato anche lui la sicurezza di un rapido esaurimento della coalizione, sia per consunzione interna sia per il cambio della guardia che avverrà fra tre domeniche con l’elezione diretta di Veltroni alla guida del Pd. Un partito, ideato con l’ambizione di trasformare il bipolarismo in bipartitismo, superando i difetti e i limiti di una lunga stagione, e di essere maggioranza (come il sindaco di Roma continua a dire, nonostante tutti i sondaggi), non può nascere affondando subito nel pantano di un governo che non riesce più a tenere insieme i suoi voti al Senato, che è prigioniero della paralisi e che si regge solo sull’idea di conservare il suo potere. Un nuovo leader che vanterà milioni di consensi non può legittimamente sperare in un buon viatico, avendo come zavorra Prodi e l’esercito dei suoi ministri e dei suoi sottosegretari. Non ci sono più le condizioni per tenere insieme un’alleanza con un vertice bicefalo in cui una delle teste deve portare alla vittoria e l’altra gestire la sconfitta.
In questo scenario, si consumano tutte le mosse che annunciano l’imminenza dell’occasione di una crisi, sia quelle lungo l’asse di frattura tra antagonisti e moderati, sia quelle di coloro che hanno scelto di star fuori dal Pd e di lavorare a una collocazione futura. All’interno di quella che è stata chiamata Unione e che non lo è più, forse solo Prodi spera ancora di salvare il salvabile, sapendo che la fine del suo governo coincide con la fine del suo ruolo. Tutti gli altri, probabilmente anche Veltroni, sembrano convinti del fatto che la strada della sopravvivenza - sopravvivenza in quanto sigla, in quanto leader politici, in quanto nicchie di potere o di rendita di posizione - passa ormai attraverso il ritorno alle urne. E questo giudizio, così ovvio, del «povero Piero» più che un ricatto o un ultimo appello suona quindi come la constatazione della fine di una storia.
Renzo Foa