ALLEANZE

Romano Prodi e Piero Fassino non se la sono sentiti di sfilare a corso Buenos Aires. Una rinuncia improvvisa e sorprendente, se si pensa alle parole ecumeniche pronunciate dal candidato premier nel duello tv con Berlusconi e se si pensa anche che il segretario ds, solo poche ore prima, aveva ripetuto la sua richiesta all'alleato Francesco Caruso di dissociarsi apertamente dalle forme violente della disobbedienza. A spiegare l'assenza non bastano però le motivazioni ufficiali, cioè il timore di una contestazione organizzata. In altri tempi e in altre occasioni i leader della sinistra non si erano sottratti al rischio politico di misurarsi, anche in piazza, con gli argomenti degli avversari. Non era mancato il coraggio di un confronto.
Ma ieri, a Milano, nella strada degli incendi e delle violenze di domenica scorsa, è stata scelta dai due l'assenza, per di più all'ultimo momento. E per di più sapendo che la contemporanea presenza del presidente del Consiglio avrebbe consentito un confronto vero, reale, concreto di fronte alle persone che sono state le vittime di una giornata di violenta follia. Cosa si deve pensare? In primo luogo che ci sono un metodo ed un'abitudine che tende a non far seguire alle parole i fatti. C'era stata, da parte dell'intera leadership del centrosinistra, una condanna netta dell'assalto, c'era stato perfino il tentativo di impadronirsi dello sdegno e di guidarlo, c'era stata la pretesa di contestare alla Casa delle libertà il diritto di porre il problema dell'ambiguità delle scelte dell'Unione. Invece, Prodi e Fassino hanno rinunciato all'occasione di testimoniare con una presenza diretta il loro conclamato impegno contro i violenti. Non sono andati dove è stata aperta una ferita nel tessuto civile e democratico del Paese. In altre parole non sono stati capaci di affrontare la contraddizione di una loro scelta: aver bisogno dei voti di alleati impresentabili e nello stesso tempo manifestare contro di loro. Aver blandito ogni forma di protesta, anche quella no-global, essersi confusi in tante occasioni con l'antagonismo e dover condannare l'esplosione di una violenza che viene da lì.
Vorrei essere stupito da questo comportamento. Ma non riesco ad esserlo, nel momento in cui penso che i due assenti di ieri sono stati tra coloro che nell'ultimo quinquennio hanno sventolato la bandiera della difesa della democrazia e della Costituzione, ogni volta che hanno parlato di Rai, di informazione, di conflitto di interessi, di riforme della Casa delle libertà, di presenza italiana in Irak, di immigrazione. Bene, nel momento in cui c'è stato un vero vulnus alla democrazia e alla Costituzione, in cui c'è stata un'esplosione di violenza contro i cittadini e contro lo Stato, quell'incontenibile sdegno si è attenuato, è svanito, è diventato solo una parola sfumata. Ecco perché non c'è da stupirsi. Nella cultura politica della sinistra non c'è più alcuna capacità di vedere i veri pericoli per la convivenza civile.
Il senso del messaggio è nitido: per Prodi e Fassino quel che è successo domenica a Milano non è nell'agenda delle priorità, non è un indicatore di rischio sociale, così come la solidarietà con i cittadini che hanno sofferto di quelle violenze è poco più di un optional o, comunque, non ha un peso tale da sostenere una possibile sfida. Cioè la sfida di spiegarsi, di cercare di giustificare alleanze impresentabili, di assumere qualche impegno pubblico di fronte agli abitanti di corso Buenos Aires. Come dire che in questo caso la difesa della democrazia è merce senza valore.