Alleati anche a Milano? Sì di moderati e Maroni l'incognita ora è Salvini

Il centrodestra prova a replicare lo schema che regge la Regione Ok Forza Italia e Ncd, via libera del governatore, il dubbio Lega

«Milano si sta svegliando, l'aria è frizzantina» dice il ceo Federico Ghizzoni, guardando dalla Torre Unicredit di Porta Nuova, cuore della città oggetto del desiderio degli investimenti arabi. E però «Milano, pur rimessa in moto da Expo, è come la sua skyline, abbastanza disordinata. Non riesce a darsi una direzione» osserva Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda, che si racconta così: «Passo il tempo ascoltando le piccole e medie imprese». Come dire che gli imprenditori si sentono ancora un po' allo sbando, anche se in città una folata di nuovo si respira.

Con qualche cattiveria, c'è chi dice che a ridare ossigeno siano state le dimissioni anticipate di Giuliano Pisapia. Il centrodestra cerca di fare squadra e mostrarsi attraente con banchieri, industriali, intellettuali. Siamo al convegno Ncd «Ascoltiamo Milano» e «Insieme per Milano», laboratorio di ciò che ancora non c'è: l'unità a Milano di una formula in frantumi a livello nazionale. Gabriele Albertini, Roberto Formigoni, Mariastella Gelmini, Roberto Maroni, Maurizio Lupi sono tutti insieme più o meno appassionatamente. «In Lombardia la coalizione funziona e voglio che si replichi a Milano» dice il presidente della Regione, Roberto Maroni.

Ma c'è un convitato di pietra che si chiama Matteo Salvini. La prima frecciatina è dell'ex governatore Roberto Formigoni: «Sono molto contento che Maroni sia tra di noi ma so bene che non è Maroni a decidere sul suo partito». Quando tocca a Mariastella Gelmini, la coordinatrice azzurra polemizza senza citarlo con Lupi, che ha messo il veto su Salvini: «Basta litigi, divisioni, personalismi». Con un bentornato a Milano all'ex ministro dai toni agrodolci: «Credo che Lupi abbia subito un'ingiustizia straordinaria, ma penso che nulla accada a caso. Forse lo vedremo a Milano presente insieme a tutti noi per costruire la squadra, per tornare a essere visti non come casta ma come militanti».

E veniamo all'organizzatore, Maurizio Lupi. Lui si concentra in una nuova critica agli estremismi che evoca ancora una volta Salvini: «Le mie dimissioni sono una dimostrazione di coraggio, alla faccia di qualche uccello del malaugurio che dice: Ncd è morta. Se parli alla pancia, puoi prendere tanti voti ma alla fine devi governare e della pancia non te ne fai niente». L'ex ministro dimissionario, accompagnato dalla moglie Manuela, subisce l'onta di essere assalito nella hall dell'hotel Marriott, sede del convegno, da un provocatore che gli chiede conto dell'orologio. Si riprende e rilancia: «Il centrodestra è in macerie, serve una tregua come dopo una guerra. Non sono qui per candidarmi: non ho lasciato una poltrona per cercarne un'altra».

Al tavolo industriali, banchieri, intellettuali. Intervistati dal giornalista Giangiacomo Schiavi, raccontano una Milano che se non si disperde in liti può farcela. Accanto a Rocca e Ghizzoni, il rettore del Politecnico, Giovanni Azzone, il presidente della Triennale, Claudio De Albertis («se non pensiamo al dopo Expo, tre mesi dopo la fine troveremo solo dei topi»), il vicepresidente della Camera di commercio, Alberto Meomartini, il presidente della Fondazione Triulza, Sergio Silvotti.

La provocazione arriva dall'ex assessore della giunta Albertini, Paolo Del Debbio: «Se vuoi roba fresca, bisogna che ascolti altro. Tutti noi qui siamo come questa poltroncina rossa: discreta stoffa ma già visto». Invece Roberto Formigoni nel parterre vede «almeno due potenziali sindaci». Chi sono? Certamente pensa a De Albertis e Rocca. Tra le altre punture di spillo, Albertini versus Pisapia che nel suo libro si vanta dei grattacieli made in centrodestra: «Siccome non ha fatto quasi nulla nel suo turno di guardia, parla delle cose che hanno fatto gli altri».