Alleati solo per spartirsi il potere

Solo apparentemente la probabile nascita del partito democratico introduce un elemento di semplificazione nel nostro sistema politico perché a fronte della fusione fra i Ds e la Margherita dall’altro lato c’è una scissione, quella di Mussi e di Angius, che riguarda circa 30 deputati e 12 senatori. A parte ciò il futuro partito democratico presenta una serie di nodi irrisolti. Il primo, riguarda l’affiliazione internazionale che non è cosa di piccolo conto perché riguarda la configurazione complessiva di una forza politica: allo stato il partito democratico è un partito che rimane sul vago. Non parliamo, poi, della leadership. Dai due congressi emerge che c’è stata una serrata lottizzazione dei membri degli organismi dirigenti per correnti e che ognuna di esse si riserva di esprimere candidature singole o plurime per la guida del futuro partito. Allo stato sono sul campo Fassino, D’Alema, Bersani, Finocchiaro, Veltroni per i Ds e Rutelli, Letta, Fioroni, Bindi, Franceschini per la Margherita: questo affollamento rivela l’esistenza non solo di molteplici ambizioni politiche, ma anche di una situazione di totale confusione politica. Inoltre, entrambi i congressi hanno rimosso il problema del governo la cui impopolarità rappresenta il principale problema per il centro-sinistra. I due congressi hanno avuto una ben diversa drammaticità. La Margherita aveva da tempo metabolizzato la fine drammatica della Dc e se n’era fatta una ragione anche con notevoli dosi di opportunismo. Oggi nel gruppo dirigente della Margherita è prevalente una sorta di iperpoliticismo che lo porta a giocare la carta di una contrattazione permanente su tutto-valori, programmi, cariche con i ds facendo conto sulle abilità manovriere tipiche del personale politico democristiane. In questo contesto il rischio per la Margherita deriva non tanto da rotture a livello dei gruppi dirigenti, quanto da una sofferenza della base per l’alleanza preferenziale di Prodi con l’estrema sinistra e per la convivenza nello stesso partito con un gruppo dirigente diessino che ha come residuo tratto distintivo quello di una sorta di laicismo anticlericale di ritorno. Nel congresso dei Ds la soluzione di continuità è stata più marcata di quella della Bolognina. In quel caso rimaneva in campo la continuità di una forma partito. Adesso c’è la certezza di dar vita ad un partito del tutto nuovo anche dal punto di vista storico e associativo. Sul piano politico-culturale i post-comunisti diessini realizzano, in uno spazio di tempo assai breve, una concatenazione di spogliarelli ideologici fra i più spericolati: con Occhetto, sono diventati democratici di sinistra; poi, a partire dal congresso di Pesaro con Fassino hanno lavorato per diventare socialdemocratici; adesso non hanno fatto in tempo a diventare socialdemocratici che devono autodefinirsi democratici «tout court», espressione che vuol dire tutto e niente. Il manifesto fondativo del nuovo partito è un assiemaggio di frasi generiche. Perdipiù il congresso si è guardato bene anche dal cimentarsi con i nodi del riformismo concreto: nessuno sa quali sono le posizioni dei Ds sulle pensioni, sulla legge elettorale, sulla gestione del «tesoretto», ecc. È anche del tutto irrisolto il nodo ideologico-culturale: oggi i Ds sono un partito che ha in se stesso una forte domanda di caratterizzazione ideologica mentre si ritrova del tutto senza ideologia, a meno che non vogliano considerarsi tali le eleganti esercitazioni retoriche di Veltroni su Luther King e su Mandela. Il partito democratico ha il suo unico, reale fondamento nell’assiemaggio del potere nazionale e delle molteplici forme del potere locale. Le giunte regionali, comunali, provinciali, e gli enti derivati, prevalentemente controllate dal centro-sinistra, hanno di fatto surrogato i partiti originari, per larga parte liquefatti, e sono esse le strutture portanti del superpartito diessino-popolare che si esprime in una organizzazione onnivora del potere: un pieno di appalti, di consulenze, di cooperative, di consorzi d’impresa, di organizzazione della cultura che si esprime in una spregiudicata gestione del potere che gode della più totale impunità grazie alla copertura di una magistratura.
Per questo una dura e rigorosa battaglia di opposizione da parte del centro-destra può far esplodere le contraddizioni insite nella formazione del partito democratico dove la base moderata dei popolari si trova in una condizione di grande disagio. D’altra parte la sinistra radicale continua a segnare punti a suo vantaggio nella gestione del governo, come dimostra il recente disegno di legge sull’immigrazione. Sarà interessante vedere se il partito democratico, una volta formato, avrà la forza di misurarsi con la deriva estremista. Solo di fronte ad una opposizione del centro-destra che non fa sconti è ipotizzabile che si aprano serie contraddizioni all’interno di un centro-sinistra che oggi trova nella gestione del potere il suo unico mastice.
*Vicecoordinatore di Forza Italia