Gli alleati

RomaBologna, Torino e Trieste, nuove tappe di conquista per la Lega nella prossima tornata amministrativa, ma nel frattempo già si ragiona di politiche, ampiamente auspicate dai vertici leghisti. Non solo per uscire dal «pantano», come lo definisce Bossi, in cui la maggioranza si è ritrovata, ma anche per calcoli più pratici. La Lega ragiona su pronostici che la danno tranquillamente sopra il 10 per cento, tetto storico raggiunto dalla Lega solo nel ’96. Adesso i sondaggi descrivono una forbice che va dall’11% al 13%, anche se qualcuno nel partito accredita addirittura un 15% su scala nazionale, che sarebbe non un record ma un risultato inaudito per un partito radicato al Nord e ancora abbastanza inviso al Sud. Ecco, la novità su cui si sta lavorando tra via Bellerio e le segreterie regionali, tocca proprio questo punto, l’estensione geografica del progetto Lega. Dalle regioni meridionali sono arrivate negli ultimi mesi centinaia di richieste per aprire nuove sezioni, anche in terre inimmaginabili per il Carroccio (Napoli, la Calabria, la Puglia). Il tema più concreto e appetibile però riguarda le «roccaforti rosse», su cui la Lega punta per allargare la sua base a scapito del Pd (mentre al Nord gli affluenti del dio Po si ingrossano a scapito del Pdl...). Negli ultimi due giorni Bossi si trovava in Liguria, tra Alassio e Albenga. Certo, per assistere al tradizionale appuntamento agostano delle selezioni per miss Padania, ma anche per celebrare un avanzamento considerevole della Lega Nord, particolarmente appetitoso in vista di elezioni anticipate, nella «rossa» Liguria, dove dal 2005 al 2010 il Carroccio è passato dal 4,7% al 10%.
E una crescita sensibile della Lega nelle regioni a maggioranza ex comunista non si registra solo a Nord, tra Liguria ed Emilia-Romagna, ma anche in Toscana, in Umbria e nelle Marche, e addirittura in Puglia, dove i rispettivi coordinatori hanno organizzato gazebo e iniziative sul territorio per intercettare un movimento d’opinione che, congedandosi dal Pd, si dirige verso il nuovo «operaismo» leghista. Anche per questo motivo la Lega spinge per il voto, che si annuncia un boom mai visto per gli uomini e le donne di Bossi. «Si va a votare subito e sono esclusi governi di larga coalizione o tecnici per prolungare la legislatura» ha ripetuto ieri Bossi, da Alassio. «Non si può andare contro la volontà popolare. In democrazia c’è il governo votato dalla gente. Da Berlusconi in poi i governi sono sempre stati votati dalla gente». Nessuno spazio di trattativa con il centrosinistra e gli altri pezzi di opposizione che invocano esperimenti di «transizione», dunque. L’alleanza con Berlusconi non è in discussione per la Lega. Anzi, l’idea di un Pdl libero da Fini è musica per le orecchie dei parlamentari leghisti. «Se la situazione precipitasse verso il voto non ci stracceremmo certo le vesti - dice Giacomo Stucchi, deputato bergamasco della Lega -. Anche perché così ci libereremmo dei meridionalisti finiani. Nella Lega si sente profumo di grande successo elettorale». Se davvero si votasse, e la realtà delle urne confermasse le più rosee previsioni della Lega, cioè il 15%, a Roma arriverebbero non più 60 deputati del Carroccio, ma 100. Un numero che sommato a quello dei pidiellini, costituirebbe un blocco compatto come probabilmente mai è accaduto nella seconda repubblica. A quel punto le riforme, quelle più a cuore al Pdl (la giustizia, la burocrazia, il sistema fiscale) e quelle più nell’animo leghista (in primis, il federalismo) avrebbero la strada spianata. A ben vedere, la situazione ideale sia per il Pdl che per la Lega.